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Laura Minguzzi. Luciana Tavernini. Marina Santini. La pratica della storia vivente. Prologo per María-Milagros Rivera Garretas.

Laura Minguzzi. Luciana Tavernini. Marina Santini.
La pratica della storia vivente. Prologo per María-Milagros Rivera Garretas.

Prologo. I semi d'un metodo vivente, per María-Milagros Rivera Garretas


La scoperta della storia vivente

La storia vivente è nata nel 2005, nel contesto della Libreria delle donne di Milano, in un gruppo di politica delle donne che allora si chiamava Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica. Come ogni vera nascita, non è scaturita dal nulla ma da una gestazione lenta e appassionante condivisa tra una madre (Marirì Martinengo) e le poche che facevano parte di questa comunità di storiche e di amiche: Luciana Tavernini, Laura Minguzzi e Marina Santini, accompagnate a volte da altre che entravano o entrano ancora nel gruppo, o anche che ne escono, quando la posta è troppo alta o per altri motivi. Poche e amiche, “Poche e sufficienti”1, come nelle fondazioni rivoluzionarie di Teresa di Gesù (Teresa d'Ávila, 1515-15822 o del femminismo radicale dell'ultimo terzo del XX secolo, come per esempio Rivolta femminile (19703.

La storia vivente è nata dalla pubblicazione da parte di Marirì Martinengo del libro intitolato La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone, donna "sottratta. Ricordi immagini documenti4. Il libro ricostruisce la storia della nonna paterna di Marirì, Maria Massone, una donna che, trentunenne e dopo cinque maternità in sei anni, fu rinchiusa (1895) in una cosiddetta "casa di cura" fino alla sua morte (1924). Così Maria Massone fu cancellata dalla memoria della famiglia che lei stessa aveva fondato, sottratta silenziosamente al suo mondo e alla storia per qualcosa nel suo essere donna che minacciava nelle sue strutture le pretese della classe sociale a cui apparteneva, la borghesia. In apertura del libro, Marirì Martinengo scrisse la sua idea essenziale: “C'è una storia vivente annidata in ciascuna/o di noi, costituita di memorie, di affetti, di segni nell'inconscio; non penso che abbia valore storico solo quello che sta fuori di noi, che qualcun altro ha certificato, la famosa storia oggettiva. Io racconto una storia vivente che non respinge l'immaginazione, un'immaginazione che affonda le sue radici nell'esperienza personale, storia più vera perché non cancella le ragioni dell'amore, non respinge le relazioni, dal suo processo cognitivo.”5. Io lessi subito questo libro perché alcune di noi del Centro di Ricerca Duoda dell'Università di Barcellona avevamo già allora una relazione politica con Marirì Martinengo. Qualche mese più tardi lo presentai alla Libreria delle donne di Milano e, nel preparare il testo, ricordo che restai per un po' sulla traduzione del paragrafo citato, e precisamente sulle parole «storia vivente», senza capire perché la parola "vivente" non fosse in corsivo, come mi pareva dovesse essere perché che quella fosse storia mi era evidente, l'aspetto rivoluzionario era invece l'idea di una storia vivente. Per un pezzo rimasi in dubbio se essere fedele come traduttrice o essere fedele alla genialità dell'idea. E alla fine lasciai l'incertezza.

L'incertezza era il segno dell'importanza stessa dell'idea: la traccia dell'ombra, dell'oscurità ormai mescolata alla luce. Il libro, in realtà, è una dimostrazione di quello che ancor oggi (2016) fa più problema accettare, cioè che la storia vivente sia storia, non che sia viva e che vivifichi. Fa problema accettarlo alla storiografia maschile tradizionale, e anche a una parte importante della storiografia delle donne, quella nata dagli studi di genere. Ed è così nonostante la storia vivente non abbia pretese totalizzanti, cioè nonostante non pretenda di essere l'unico modo di scrivere la storia: non pretende di riempire un vuoto e neppure di proporre un nuovo paradigma.


La vita delle viscere

Quello che pretende la storia vivente è, secondo me, di cercare e di trovare la verità storica attraverso la strada della differenza sessuale, cioè attraverso la strada del senso libero dell'essere donna o uomo: la strada delle viscere, per usare le parole indispensabili di María Zambrano, poiché è nelle viscere dove la differenza sessuale mette le sue radici, dove radica il suo sentire. Ma le viscere non rientrano nella conoscenza universitaria: sono troppo sporche, inaffidabili, puzzolenti, deformi, volubili, taglienti, oscure e moleste. Sono moleste proprio per il loro legame inevitabile con la verità della madre e della lingua materna. La madre non rientra o rientra con grande fatica nel sapere universitario attuale. L'università alla fine del XII secolo concepì se stessa come Alma Mater (madre nutrice), e fatica a cedere il posto alla madre.

Così la Storia si scinde oggi tra la verità pattuita, ossia la verità del linguaggio concordato dagli Stati, e la verità della madre e della lingua materna. La verità del linguaggio concordato è sicura, assicurata com'è dalla forza degli Stati che la concordano; la verità della lingua materna è incerta e delicata, proprio come siamo delicate e incerte noi madri. Oggigiorno, però, l'ossessione per la sicurezza denuncia qualcosa di brutto. In questo stato di cose la verità incerta e delicata delle madri suscita una curiosità che preoccupa la verità pattuita. Per questo si può dire che stiamo vivendo nella storiografia e nella politica una battaglia per il simbolico in cui lottano per il senso della verità storica la storia di impostazione positivista e sociale da un lato e dall'altro la storia vivente. Non perché siano due storie antagoniste, ma perché il paradigma del sociale pretende fin dalla sua nascita di scrivere una storia totalizzante, e in questo ha fallito, fortunatamente, per quanto fatichi a riconoscerlo. Ha fallito perché era una pretesa vana, presa forse senza saperlo dalle ideologie totalitarie del XX secolo. C'è molto nella vita umana che non trova posto nel paradigma del sociale e che sta oltre, non contro il sociale, e che non ha mai cessato di esistere, benché fosse oscuramente presente al suo fianco, al fianco del sociale. In questo oltre (non contro) c'è, tra le altre cose, la storia vivente6.

Per questo, perché la storia sociale e la storia vivente non sono un'antinomia del pensiero ma sono due proposte o due scommesse dispari, la battaglia per il simbolico nella storiografia non si configura come una contrapposizione dialettica ma come un movimento delle viscere: un movimento delle viscere che non porta ad accordi o disaccordi che si possano mettere per iscritto, bensì a incontri spirituali riusciti o falliti alla maniera delle affinità elettive. In questo libro, per esempio, si discutono e si confutano nel dibattito cose che non sono neppure state dette. Non è follia ma aurora, aurora dell'oscuro che lascia a bocca aperta, nella quale il bianco, il grigio e il rosa non si connettono ancora.

All'oscuro delle viscere è stato dato, tra pensatrici del XX secolo e di oggi, il nome di vita passiva7. E, con la vita passiva, la chiamata delle viscere8. In uno dei suoi testi autobiografici, María Zambrano disse della propria filosofia: “Io sono sempre andata in direzione del riscatto della passività, della ricettività. Io non lo sapevo, ma da molti anni anch'io stavo facendo alchimia.”9. La vita passiva è quello che in me non mi lascia fare con successo quello che non è necessario sia fatto da me, per quanto lo sembri, e me lo impedisce, custodendo al tempo stesso un mio desiderio vitale che non può venire alla luce lì; è quello che in me non mi lascia essere felice quando faccio molto bene le cose sbagliate, custodendo passivamente il mio desiderio di grandezza nel fare attivo che in quel momento è alla mia portata.

Fare i conti con la vita passiva è necessario per fare simbolico. La stessa parola "simbolico" lo indica, deriva dal greco συν-βαλλειν, che significa "lanciare con": il "con" è l'oscuro delle viscere, oscuro inseparabile dalla parola che, lanciata, fa simbolico. Questo ha conseguenze importanti nell'azione e, pertanto, nella storia e nella politica. Quando le parole vengono lanciate in aria senza il peso delle viscere, senza la loro sporcizia e impotenza, volano, ideologiche, e immolano vite, sacrificate all'idea smaterializzata. La sporcizia non tenuta in conto allora straripa terrificante sotto forma di distruzione e sangue.

La storia vivente riscatta e redime la vita passiva, la vita delle viscere10. E non dalle viscere di chiunque, non da quelle delle "altre", ma dalle proprie. Questa è una rivoluzione nella scrittura della Storia: una rivoluzione che lascia finalmente dietro di sé la pretesa ottocentesca di obiettività, senza minimamente intaccare l'uso, per scrivere storia, della più squisita erudizione.

Perché riscattare la vita delle viscere? Perché la storia non dimentichi la vita passiva, l'impossibilità dell'azione a fianco della sua possibilità e, così, faccia simbolico e sia feconda. Tutti i testi di questo libro che trattano di storia vivente, che sono quelli di Laura Minguzzi, Luciana Tavernini, Marina Santini, Marirì Martinengo, e in modo promettente, quelli di Marina Canal, Piera Moretti e Désirée Urizio, sono nati e sono stati scritti dopo un difficile processo di indagine sulla propria esperienza profonda, indagine in cerca dei nodi, degli ostacoli e dei grumi oscuri del disordine simbolico che impedivano l'interpretazione libera della Storia da parte di ogni storica in carne e ossa. Quest'indagine non è solitaria, anzi è stata condotta sempre in relazione: in relazione all'interno della Comunità di storia vivente, o fuori di essa in una relazione duale di affidamento. Che l'indagine in profondità della vita delle viscere venga svolta in relazione è importantissimo, perché da questo dipende che la pratica della storia vivente sia politica. Che sia politica implica allo stesso tempo che la storia che alla fine viene scritta è storia comune, non solo storia personale, per quanto sia anche questo. La relazione crea il contesto e contestualizza gli avvistamenti di luce che ogni autrice persegue e ottiene indagando i nodi della sua esperienza. Così le autrici di questo libro offrono e propongono interpretazioni generali di periodi e di avvenimenti storici come la riurbanizzazione e le migrazioni degli anni Sessanta in Europa, le guerre del XX secolo, il genocidio in Istria alla fine della seconda guerra mondiale o l'influenza sulla perpetuazione del patriarcato degli abusi sessuali diffusi e quasi indicibili da parte di uomini socialmente rispettabili e, con questa, sulla difficoltà femminile a prendere parola in quanto donna11.


Il metodo vivente

Così la storia vivente pianta i semi di un metodo di conoscenza che si può chiamare il metodo vivente, intendendo la parola metodo per ciò che è: un cammino in movimento. È un metodo di ricerca della verità nella pratica di relazione più che nella pretesa di obiettività e nel rigore positivista. È un metodo femminile che interpreta la Storia a partire dalla propria storia, passata attraverso il vaglio del confronto con altre donne che sono impegnate nello stesso processo. È un metodo che misura la Storia sulla libertà femminile e sui risultati della misurazione fonda interpretazioni degli avvenimenti orientate dall'ordine simbolico della madre. È un metodo che, allentando o sciogliendo i nodi vitali della storica stessa, intende liberare sia il senso della vita e della verità della storica, sia la veridicità storica.

È un metodo che risponde alla necessità personale, condivisa con un numero indeterminato di donne e uomini di oggi, che la storia sia la storia delle donne12, che, come scrisse María Zambrano nel 1958 parlando della democrazia, "la società sia adeguata alla persona umana; uno spazio a lei adeguato e non un luogo di tortura"13. Per questo non separa la storia della storica dalla storia che la storica scrive, così come non separiamo, nel parlare o nello studiare la lingua, il significante dal significato, lasciando così en passant cadere lo strutturalismo linguistico, che ha reso un'antinomia ciò che non lo è14. Per questo il metodo vivente non pretende di giungere a una storia totalizzante ma di mantenersi aderente all'incertezza e alla delicatezza della verità della madre e della lingua materna. La madre è la materia, la sostanza. “E come la sostanza – ha scritto María Zambrano – inesauribile, prolifica, traboccante da ogni forma, piena di promesse. Perché le sostanze viventi, essendo atto, possiedono una potenza mai interamente attualizzata; segnale di vita. Il cristallo appare come l'identificazione piena di forma e materia, di potenza e atto; il cristallo è l'immagine dell'atto puro. Ma non vive. Ciò che è vivente non si attualizza mai del tutto e solo quando è passato completamente lascia un'immagine fissa. Ma anche questa immagine si sfoca, cambia come dotata di vita propria, quando la guardiamo e a seconda del punto di vista da cui la guardiamo. E cambia, ma non come l'immagine di una montagna a cui giriamo intorno. Tutto ciò che era vivo, dal momento in cui lo guardiamo, torna a esserlo, lo restituiamo alla vita solo con il prestargli attenzione un istante. Ciò che è vivo, benché non lo sia più, rivive al contatto con la vita.”15.

Di conseguenza nei testi che fanno parte di questo libro si dicono cose sfocate e, proprio per questo, appassionanti, della vita e della Storia. Ne scelgo alcune: “Tra i guadagni simbolici della pratica della storia vivente, voglio annoverare, oltre a quello di aver ricevuto voce e parola sulla mia esperienza, l'aver avuto giustizia, un bisogno universale che ha trovato uno sbocco positivo, attraverso un percorso politico di crescita e non rivendicando né aprendo conflitti distruttivi” (Laura Minguzzi, p. 23). “So di aver raggiunto qualcosa di vero perché è avvenuto un cambiamento visibile in me. La pratica della storia vivente è trasformativa. Riesco a parlare a partire da me e le citazioni di altre e di altri, che pure uso, non sono più un nascondimento ma un dialogo in cui io sono il soggetto che apre l'interlocuzione” (Luciana Tavernini, p. 29). “La pratica della storia vivente apre la possibilità di rileggere diversamente la storia dal punto di vista femminile, indagando sui nodi personali che con fatica andiamo a ritrovare dentro di noi e diciamo alle altre che, a loro volta, ci rimandano, in un continuo dialogo, in una continua ripresa, le nostre parole. Ci impegniamo a distillare un racconto che vale anche per altre e altri” (Marina Santini, p. 31). “Qualsiasi possa essere la risposta a questo che per me rimane un enigma, forse la sua rinuncia, anche se le è costata molto e le ha impedito una comunicazione fluida con noi figlie e figli, sicuramente le ha permesso di preservare la sua unica forma di libertà: la capacità di stare presso di sé, di nutrirsi con la musica, la lettura di libri spirituali, le belle foto di famiglia, i ricordi, il silenzio” (Marina Canal, pp. 58-59). “La lettura del numero di DWF sulla Storia vivente ha riportato a galla questo nodo del rapporto con la mamma che credevo ormai risolto e mi ha fatto capire che andava indagato ancora più in profondità per capire chi sono io adesso. Tutte le volte che vado a Fratta Polesine dalle mie sorelle e vedo i loro occhi che luccicano di gioia, penso che ho mantenuto la promessa fatta alla mamma e questo mi dà forza” (Piera Moretti, pp. 63-64). “Adesso il mio desiderio è ancora più grande: c'è un significato simbolico, universale da guadagnare dall'esodo istriano e dai gravi fatti accaduti alla fine della seconda guerra mondiale lungo il confine italiano orientale, in Istria, Dalmazia e Venezia- Giulia. Ora lo scopo della mia ricerca è di andare oltre gli innumerevoli racconti, i ricordi, le testimonianze, gli scritti letterari, oltre il piano dei sentimenti e delle rivendicazioni di giustizia e liberare da false interpretazioni questa storia che ha segnato pesantemente non solo la vita di mio padre e dei suoi parenti esuli, i cui discendenti oggi sono sparsi in tutto il mondo, ma anche la mia e quella dei miei fratelli. L'esodo dall'Istria, regione italiana, abitata da gente che parlava Italiano, in dialetto veneto-triestino, è un nodo non solo della mia vita e della mia famiglia, ma della storia. Vorrei che emergesse in tutta la sua complessità, nella fiducia che solo la verità potrà restituire senso e sbocco positivo a quelle tragiche vicende” (Désirée Urizio, p.68).

Questo bel libro rivoluzionario inizia con l'invito dell'Associazione Le Vicine di casa, promotrice dell'incontro, e un'introduzione di Alessandra De Perini. I due testi riassumono gli aspetti essenziali e innovatori della pratica della storia vivente e ricostruiscono amorosamente i venti anni di riflessione, scambio e ricerca che hanno portato le componenti della Comunità al momento decisivo che qui si presenta. Li segue una infelice lettura di Tiziana Plebani, in cui, confondendo anche gli esempi di biografia e storia personale che le autrici avevano incluso nel numero della rivista DWF proprio per evidenziarne le differenze, tenta di dimostrare che la storia vivente di cui sta parlando non esiste, perché – scrive – “in conclusione, l'affermazione delle nostre amiche milanesi sull'imprescindibilità della relazione tra la storica e il suo oggetto di ricerca procede nell'alveo già segnato della migliore tradizione della riflessione sul fare storia” (p.14). Certo, quello di cui lei scrive non è storia vivente. È piuttosto una mescolanza contraddittoria di alcune parole trovate nel libro con la storiografia patriarcale, con la storia di genere e con il paradigma del sociale, di cui considera immutabile il quadro, riducendosi dentro di esso la libertà di confronto. Di conseguenza le autrici del libro non dialogano direttamente con la sua lettura; quello che fanno è mostrare e rendere concreto il senso della loro pratica e i cambiamenti che questa ha generato, evitando contrapposizioni sterili e preferendo l'interlocuzione con le donne presenti all'incontro, come appare dagli interventi del dibattito. La lettura di Tiziana Plebani, tuttavia, è utile come esempio di quello che succede quando la storia moribonda si confronta con la storia vivente: né la sfiora né la raggiunge.

La pratica della storia vivente. Comunità di Storia Vivente di Milano

Venerdì 26 settembre 2014 (17,00-19,30).

Centro Culturale Candiani, sala conferenze, quarto piano.

Le Vicine di casa, in collaborazione con il Servizio Cittadinanza delle Donne e Culture delle differenze del Comune di Venezia e con il Centro Culturale Candiani di Mestre, hanno organizzato per venerdì 26 settembre un incontro pubblico con Luciana Tavernini, Laura Minguzzi, Marina Santini della Comunità di Storia Vivente di Milano, autrici insieme a Marirì Martinengo, María-Milagros Rivera Garretas e altre di un numero monografico della rivista DWF intitolato La pratica della storia vivente (Trimestrale 2012, N. 3 Luglio-Settembre) che sarà punto di riferimento della riflessione in contesto.

A partire dall’affermazione di Marirì Martinengo - “C’è una storia vivente annidata in ciascuna/ciascuno di noi” - nasce nel 2006 una modalità originale e innovativa di fare storia, una scrittura femminile della storia che, in conflitto con la pretesa oggettività del racconto storico, ne svela i presupposti ideologici e assume l’esperienza soggettiva, i ricordi personali, i racconti, i luoghi degli avvenimenti, insieme a foto, lettere, oggetti di uso quotidiano, come vere e proprie "fonti". Tale scrittura cerca di mettere in luce i nodi irrisolti del passato, aprendolo a nuova vita e, per raccontare l’esperienza vissuta, utilizza come strumenti di lavoro l’autocoscienza del femminismo delle origini, la pietà, l’empatia, l’immaginazione.

Consapevoli che non tutto della storia si può raccontare, non tutto è spiegabile, che c’è un vuoto nella storia che non va colmato, ma accettato, interrogato, le donne della Comunità di Storia vivente si sono poste il problema delle condizioni di una libera lettura del passato che sappia portare il racconto storico a un livello tale da renderlo valido per tutte e tutti.

Come accompagnare il passato, in particolare quello delle donne, fuori dagli equivoci culturali, dalle interpretazioni preconfezionate e riduttive? Quale il nesso tra autobiografia e storia collettiva, tra vivere in prima persona gli avvenimenti e riferirli in modo tale che altre e altri possano riconoscervi parte della propria storia? Come può la politica delle donne restituire spessore e senso imprevisto al racconto del passato?

La "pratica" della storia vivente", che non va confusa con la semplice autobiografia né con la storia orale, mostra che il passato non è irreversibile, si può tornare indietro per raccogliere dal passato ciò che era stato dimenticato; si può restituire giustizia, dando nome, visibilità a ciò che era stato perduto e dimenticato o fatto dimenticare a forza, rimettendolo in gioco nel presente. Tale pratica consiste nell’impegnarsi a non gettare via pezzi della propria storia, superando il bisogno di rivincita o di risarcimento nei confronti delle ingiustizie subite o delle mancate testimonianze. Si tratta di concepire la storia come fonte di forza soggettiva, non affresco "oggettivo" né ricostruzione plausibile dei fatti accaduti. "Fare storia" significa accettare di scendere nelle "viscere del proprio tempo", nei "delitti", nelle zone "infernali" del passato, riportando alla luce conflitti irrisolti da dipanare, antiche ferite da curare. Il racconto di tale storia inizialmente è singolare, poi però diventa a più voci. Presente e passato non sono separati rigidamente: i guadagni di libertà del passato possono, infatti, essere rimessi in circolo nella vita attuale e, viceversa, si può rileggere il passato, alla luce della libertà di cui si dispone al presente. Storia vivente è soprattutto una storia legata alla vita realmente vissuta da chi fa ricerca storica: questa è la storia più misconosciuta e più appassionante, la storia più importante. Una narrazione che riapre i nodi rimasti al fondo e, rafforzando la soggettività, dà autorità alla parola pubblica femminile. Un fare pulizia di cui c’è urgenza e necessità in questo tempo di crisi della politica per prefigurare una comunità di soggettività libere.

Atti dell'incontro

Isabella Stevanato

Vi porgo i saluti della responsabile del Centro Donna di Venezia-Mestre Gabriela Camozzi che si scusa di non essere qui oggi. Un saluto particolare alle Vicine di casa che ormai collaborano con il Centro Donna da molti anni e insieme riusciamo sempre a produrre incontri di grande qualità. Lascio subito la parola ad Alessandra De Perini che presenterà le nostre ospiti e dirà il senso di questo incontro sulla "pratica della storia vivente". Grazie di essere qui e buon lavoro.

Alessandra De Perini

Benvenute e benvenuti a questo incontro pubblico. Vedo presenti - e a nome delle Vicine di casa, l’associazione di cui faccio parte da più di vent’anni, le ringrazio di essere qui - Grazia Sterlocchi della Settima Stanza di Venezia, Adriana Sbrogiò di Identità e Differenza di Spinea, Loredana Aldegheri della Mag di Verona con alcune amiche e collaboratrici, Luciana Talozzi e Carla Neri di Insieme arte-Amare Chioggia e il suo territorio, Antonella Cunico e altre amiche di Femminile Plurale di Vicenza, alcune amiche di Trento, Maria Teresa Menotto e Franca Marcomin, presidente e vicepresidente della Consulta delle cittadine, Chiara Puppini, delegata della Municipalità di Mestre Carpenedo, che è impegnata da molti anni nella ricerca storica e fa parte di "Storia Mestre", Luisella Conti di Mirano, presidente delle associazioni di volontariato della Provincia di Venezia, Renata Cibin, assessora alla cultura di Mirano, Loredana Mainardi, assessora alla cultura di Spinea, Vittoria Surian della casa editrice Eidos, sorta nel 1987 a Mirano-Venezia, con l’intento di promuovere e valorizzare il genio artistico e letterario delle donne.

Ringrazio il Centro Culturale Candiani che ci mette a disposizione questa bella e ampia sala e l’Assessorato alla Cittadinanza delle donne e Cultura delle differenze, in particolare la responsabile del Centro-Donna Gabriela Camozzi e la bibliotecaria del Centro Isabella Stevanato che ci ha portato i suoi saluti. Nonostante l’assenza di governo politico nella nostra città, queste donne, come altre e altri dipendenti comunali con il loro lavoro, il senso di responsabilità e l’impegno fanno funzionare i servizi dell’amministrazione.

Questo incontro si inserisce nel ciclo delle innumerevoli manifestazioni, iniziative culturali e politiche di "Mestre in centro" del Comune di Venezia che ogni anno, a settembre e ottobre, coinvolgono l’intera città.

Siamo qui non solo per riflettere sulla pratica della storia vivente, a partire dalla lettura del n. 3 della rivista DWF del 2012, ma per verificare se c’è il desiderio di avviare anche nella nostra città e territorio una pratica e un impegno di pensiero in questa direzione.

Vi presento ora le nostre invitate: Laura Minguzzi, Luciana Tavernini, Marina Santini della Comunità di Storia Vivente di Milano, che non si dichiarano "storiche di professione", ma hanno una lunga pratica di insegnamento che si è intrecciata con la ricerca storica e la politica della differenza e Tiziana Plebani, storica, scrittrice, della Società Italiana delle Storiche (SIS) che, dopo quindici anni di direzione della Conservazione e Restauro, dal 2009 è responsabile dell'ufficio Storico-Didattico della Biblioteca Nazionale Marciana. Tiziana è una donna impegnata politicamente e culturalmente da più di trent’anni nella nostra città di Venezia-Mestre. Le abbiamo chiesto di leggere il testo e di commentarlo, alla luce della sua esperienza di storica.

Abbiamo preparato e distribuito in sala un breve profilo delle relatrici.

Questo incontro nasce dal desiderio di noi Vicine di casa, "donne dell’altro mondo", inattuali, "antichissime", di tornare a riflettere, dopo diversi anni, sulla storia delle donne che, nel nostro percorso di presa di coscienza, è stata una mediazione fondamentale per orientarci nel presente e individuare figure e genealogie femminili da cui prendere forza.

Credo che sia esperienza comune a molte la delusione di non trovare traccia nel passato delle proprie simili, la mortificazione per l’assenza femminile nei libri di scuola e il desiderio di cambiare le cose. Di qui la ricerca di figure femminili in cui riflettersi e modelli di donne forti, autorevoli a cui ispirarsi e la lettura appassionata delle grandi scrittrici di ieri e di oggi, che per molte di noi sono state maestre di vita e di pensiero.

Siamo consapevoli di quanto possa essere inesatto parlare di "storia delle donne", come se ci fossero due storie, quella della storiografia ufficiale e quella misconosciuta e dimenticata del sesso femminile, fatta emergere dalle recenti ricerche storiografiche. Adesso che, per merito del femminismo, è stato rovesciato il luogo comune secondo cui le donne nella storia non ci sono, smascherata la falsa narrazione della "storia universale", fondata sui grandi uomini, sui rapporti di forza, sulle guerre e i conflitti di potere, sappiamo che la storia è scritta solo in piccolissima parte e che ci sono ben altre forze a determinare gli eventi di cui tener conto. È stato un grande errore escludere il libero gioco dei rapporti tra donne e tra donne e uomini, rinunciare alla soggettività, ai contesti relazionali del passato, in nome del vincolo della verità fattuale, verificabile dai documenti. Il taglio della differenza ci restituisce il senso vero della storia che è radicata nel sapere della vita, nei rapporti tra i sessi e le generazioni. Al livello attuale degli studi, della ricerca e della consapevolezza raggiunta - affermano Marirì Martinengo e Laura Minguzzi - lo scopo, la scommessa di chi fa ricerca storica, donne e uomini, non è tanto di includere la donna nella storia già esistente, ma di riscrivere la storia.

Sono passati due anni dalla pubblicazione del testo che Laura, Luciana e Marina hanno scritto insieme a Marirì Martinengo, María Milagros Rivera e altre, ma non c’è perdita di attualità perché la loro ricerca ha a che fare con il livello profondo, simbolico della realtà.

La storia vivente si presenta come una pratica nuova. Non nasce dal nulla. C’è un percorso.

Il punto di partenza sono gli anni Ottanta del secolo scorso. In Italia si stava diffondendo il femminismo della differenza che faceva capo alla Libreria delle donne di Milano. Laura Minguzzi, Luciana Tavernini, Marina Santini negli anni Ottanta erano insegnanti e desideravano stare bene a scuola con le alunne e gli alunni e avevano il piacere di lavorare in relazione. In Libreria c’era Marirì Martinengo che in quegli anni aveva avviato con altre un seminario di pedagogia della differenza: erano corsi rivolti a insegnanti che si trasformarono ben presto in un contesto allargato in cui, superata la logica della suddivisione per materie e per ordine e grado, si discuteva di come introdurre nelle scuole il linguaggio sessuato. Fu lì che si capì quanto fosse centrale la mediazione femminile nella scuola. A partire da quell’esperienza, alcuni anni dopo si costituì la "Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica" che si riuniva intorno all’autorità di Marirì Martinengo con l’intento di focalizzare l’attenzione sulla storia, la più politica delle materie, e di cambiare la storia insegnata a scuola, introducendovi la ricchezza di studi e di sapere di origine femminile. Sulla base del comune amore per la storia, le donne della Comunità iniziarono un cammino che le portò a prendere le distanze dai manuali di storia, a mettere in discussione l’uso del linguaggio neutro, ad abbandonare l’universalismo dei saperi preconfezionati che non rispondono alle domande di senso né di chi insegna né di chi si dispone ad apprendere. Cominciarono a sfogliare il passato, andarono a vedere i livelli di resistenza femminili, resi opachi dalle interpretazioni storiografiche riduttive e fuorvianti, ragionarono sull’assenza dalla storia delle comuni vite quotidiane di donne e uomini, assenza che faceva della storia un "pianeta deserto, freddo, sterile, nel quale gesticolavano dei burattini". Scoprirono così un filo continuo di libertà femminile che attraversava il passato e giungeva fino al presente, individuabile nelle "tracce" lasciate nel tempo: i saloni di pietra delle trovatore, le corti d’amore feudali, le corti rinascimentali, i salotti delle preziose, i salotti illuministi e risorgimentali e, via via, fino alle riunioni femministe di autocoscienza negli anni Settanta. Riconobbero l’importanza dei contesti relazionali per capire gli avvenimenti del passato e assunsero la libertà femminile come categoria storiografica. La ricerca storiografica fu portata avanti con finalità educative e politiche: lavorare per un cambio di civiltà. Fare concretamente ricerca le avvicinò alle specialiste del settore: le "storiche di professione". Si articolò così uno scambio tra competenze specialistiche da un lato e competenza pedagogica e didattica dall’altro, ma dopo un avvio promettente il dialogo si arenò e sarà ripreso solo diversi anni più tardi.

Nel 1996 la pubblicazione di Libere di esistere costituì un primo punto di arrivo del loro percorso di ricerca storica in relazione. La preferenza per il Medioevo è dovuta al riconoscimento di questa epoca come una radice profonda del nostro essere donne e uomini viventi nell’occidente europeo, sono i secoli in cui avviene la sintesi tra l’eredità greco romana, la cultura barbarica e quella cristiana, in cui la lingua materna diventava in Europa lingua comune. I secoli XII e XIII, in particolare, si rivelano tempi di libertà e autorità femminile nei quali le voci di alcune donne (sante, visionarie, mistiche, badesse) erano ascoltate e avevano credito.

Nel 2001, preceduto da una serie di incontri in Libreria chiamati "Tè, storia e pasticcini", la comunità organizzò il convegno "Cambia il mondo cambia la storia - La differenza sessuale nella ricerca storica e nell’insegnamento" (2001) a cui abbiamo partecipato io, Tiziana Plebani e alcune vicine di casa. Gli Atti sono curati nel 2002 da Marina Santini.

Seguono due libri bellissimi di Marirì Martinengo sulle trovatore.

Infine, del 2005, dopo anni di ricerche sulla nonna paterna Maria Massone, donna "sottratta", come lei la definisce, Marirì Martinengo pubblica La voce del silenzio. L’anno dopo, al XII Simposio internazionale delle filosofe (Roma, 2006), María-Milagros Rivera riconosce nella ricerca di Marirì sulla nonna una modalità innovativa di fare storia e parla per la prima volta pubblicamente di "storia vivente", indicando il libro di Marirì come primo esempio di un testo di storia vivente.

Fu una svolta. Da quel riconoscimento, Marirì propone alle componenti della comunità di chiamare "Storia vivente" la pratica che già avevano messo in atto da tempo tra loro e che consiste nell’assumere l’indagine interiore come motore di un modo, non l’unico, di scrivere la storia da parte di donne.

Di questo ci parleranno più approfonditamente le autrici che abbiamo invitato.

Ora lascio la parola a Tiziana Plebani.

Tiziana Plebani

Prima di commentare i saggi contenuti nel volume, è bene che io metta in comune contenuti e temi con chi non l’ha ancora letto, in modo che tutte e tutti possano comprendere la posta in gioco.

Nell’introduzione del volume le amiche della Comunità di pratica della storia vivente ci avvertono del loro cambiamento di percorso rispetto alla loro storia precedente: mentre prima avevano “individuato nella libertà femminile una categoria della storia, consapevoli che sono sempre esistite donne libere che, nel riferimento a una loro simile, si sono sentite autorizzate ad esprimere quello che pensavano e desideravano” e si erano dedicate a rintracciare trovatore, badesse medievali che esprimessero tale libertà, dal 2006, spinte dall'affermazione di Marirì Martinengo, “c’è una storia vivente annidata in ciascuna di noi”, hanno intrapreso un’altra direzione: invece che cercare donne illustri o donne oscure alla storia, hanno iniziato un’indagine interiore come motore di un modo di scrivere la storia da parte di donne, un’indagine che mette al centro lo svelamento del soggetto che fa la storia che diviene così il documento principale cui attingere.

Sullo sfondo sta il riferimento all’idea di Milagros Rivera Garretas: “la storia più vera è quella che esprime l’amore, non solo i dati delle fonti tradizionalmente considerate storiche, e l’amore lo si esprime narrando la storia che risulta dal dialogo implacabile tra la storica e la relazione (con una persona, con una questione, con una domanda, con un desiderio) che sta all’origine della sua personale vocazione come storica”.

Ma da che cosa si parte per avviare questa indagine? Le amiche milanesi rispondono: dalla narrazione di episodi che fanno ingombro dentro ciascuna. Portare alla luce questo ingombro in relazione con altre rende più libere, le ha rese più libere e, secondo loro, conduce alla "scrittura femminile della storia".

Ecco dunque che nel volumetto troviamo narrati i nuclei di ingombro di ciascuna, il loro singolare punto di partenza.

Per Marirì Martinengo individuati nell’assenza, rimozione, oblio della figura della nonna: grazie alla ricostruzione della sua vita, risalendo nei ricordi delle sorelle e dei parenti, e al lavoro di recupero simbolico e biografico, Marirì ha potuto riconoscere in questa figura femminile l’origine del suo desiderio di sapere, di interiorità, di sentimenti, di corporeità liberata e di bellezza.

Discussione

Laura Minguzzi: la morte violenta della madre, che viene letta come risposta all'abbandono della terra e del mondo contadino, risuonava in contraddizione con la sua stessa scelta di studiare, di andare in città ed entrare nel mondo delle lettere. Una vicenda che quindi narra le ferite del passaggio da un Italia agricola a industriale. “Ma a che prezzo si è realizzata la modernità?” Si chiede Laura Minguzzi: “il prezzo è la perdita di mia madre”.

Marina Santini ha elaborato il conflitto vissuto tra l’esperienza positiva di sostegno e valorizzazione che la sua maestra le offriva e il comportamento classista che l’insegnante dimostrava con le ragazze di ceto umile; questo è servito a Marina per riflettere, ponendosi fuori dello schema ugualitario e ribadendo il valore della disparità pedagogica che tuttavia non può significare un togliere all'altra, come, invece, è avvenuto in questo caso.

Luciana Tavernini riflette sull’ingombro alla parola pubblica femminile che viene posto in relazione al legame tra parola e verità e, in particolare, alla relazione con la sessualità e la figura materna. Ciò che può ostacolare è un vissuto consegnatole dalla madre di svalorizzazione dell'atto sessuale all'origine della vita e del concepimento e, soprattutto, una mancanza di verità sugli abusi: ne consegue un depotenziamento della capacità di "dire il mondo", incagliata nel "non detto".

Graziella Bernabò in Scrivere biografie di donne ci parla del fecondo rapporto che si instaura tra la donna che racconta la vita dell'altra e la figura narrata, una relazione che conduce a un movimento continuo tra "empatia" (interpretata come vivere dentro la storia che si racconta) e distanza (qui significa non porsi in una posizione di arbitro bensì assumere una posizione di consapevolezza e responsabilità rispetto a ciò che si narra).

Marirì Martinengo torna poi a raccontarci l'origine di un suo piccolo libro, La signora del Monte, ricordi d'infanzia di un paese delle Langhe, spiegando le ragioni di questa che lei chiama una "storia personale", insistendo sul valore della memoria e distinguendola dalla pratica della storia vivente.

Per Milagros Rivera Garretas la storia vivente si riferisce alla stessa storica, alla sua esperienza personale che richiede di essere detta, “se non la si rifugia nell'isteria sapiente”, invece la storia vivente fa leva sull'abilità di pensare e di mostrarsi senza separazioni, integralmente, un'abilità che si apprende per il fatto di appartenere allo stesso sesso della propria madre. “Scrivere di storia vivente è muoversi quindi anche in un terreno dove reale e immaginario si accostano, perché ci si accosta alla fonte della propria esperienza personale, alle sue viscere, senza appunto separazioni tra la scrittrice e la scrittura, tra corpo e parole, tra oggetto e soggetto”. Ne consegue l'implicazione politica di far cadere l'antinomia pubblico/privato che impedisce al privato di impregnare e vivificare la lotta politica.

Ecco ora alcune mie note di riflessione. Ho letto con molto interesse questi saggi; conoscevo già la ricerca delle amiche di Milano, di cui riconosco l’autenticità di percorso che si accompagna a una qualità sapiente di scrittura, un aspetto che mi interessa molto perché è un mio campo di lavoro.

Questo loro percorso ha inoltre il grande merito di aprire molte questioni, innescare conflitti, mettere in campo problematiche di non poco conto. Non si può rimanere indenni né indifferenti: le loro prese di posizione, così precise e nette, chiedono a gran voce delle risposte, soprattutto lo richiedono a me che sono una storica.

“Non è l’unico modo di fare storia”, scrivono le nostre amiche in conclusione all’introduzione del volume, lasciando dunque aperta una porta. E questo varco permette uno spazio di dialogo e consente a me, che al presente non pratico la storia vivente e la narrazione di "ingombri", di posizionarmi, muovendomi anch'io tra empatia e distanza, che sono, del resto, strumenti con cui lavorano gli storici e le storiche. Questa è una prospettiva che abbiamo in comune.

Per rispondere alle loro sollecitazioni, mi sono interrogata su ciò che mi aveva colpito: vi propongo pertanto di seguire il filo dei miei ragionamenti sulle questioni più scottanti che la pratica della storia vivente ha suscitato rispetto alla mia esperienza.

Il primo tema è la relazione tra la storica e il suo oggetto di ricerca, questo dialogo che viene definito "implacabile". Mi sono chiesta se c’è una diversità con il mio modo di interrogare, con il mio punto di partenza, con la mia domanda. Forse non lo definirei "implacabile" (non amo questi termini assoluti che sono anche assai costrittivi), ma la mia esperienza e quello che conosco di altre e altri mi portano a dire che qualsiasi storica, o storico, che sia avveduta, consapevole e abbia esperienza reale di ricerca storica, prima di iniziare la ricerca, si posiziona rispetto al suo oggetto, lo corteggia, lo ama, trova dentro di sé le relazioni che le chiedono di indagare su questo. Le necessità del lavoro storico sono ben presenti nel momento di avvio e si fanno più chiare nel procedere della mia esperienza, ma credo anche per chi a questo mestiere e disciplina si riferisce. Tuttavia bisogna fare chiarezza sulla "cornice di senso", visto che non amiamo l'uguaglianza indistinta e riconosciamo le disparità in gioco: io parlo e parto da una posizione di mestiere e da una comunità scientifica che ha le sue regole che si possono anche trasgredire, ma con cui ci si deve confrontare, si sta appunto in relazione. E su questo si è sedimentato un terreno di ampio dibattito all'interno della Società italiana delle Storiche, di cui faccio parte.

Il secondo tema riguarda la storia e le viscere. Ciò che conosco di me, del mio modo di affrontare l'indagine storica, ma ciò che so di molte e molti altri per le relazioni e gli scambi coltivati, è che lungo la ricerca si viaggia, si passeggia, si dialoga, ci si incaponisce e si discute con il proprio desiderio, ma non per questo si accarezzano le viscere. So, e sappiamo, che la materia pulsante della vita che si narra deve distillarsi o meglio giungere a rappresentarsi, perché ciò che si insegue nel fare la storia non è l'amore, come dicono le nostre amiche né la felicità, la pace o l'assenza di conflitti, ma è la verità storica (non la verità assoluta, ovviamente), per quanto questa parola apra una serie di questioni. Tuttavia, anche se le contaminazioni sono opportune e i terreni vanno incrociati, filosofia, diritto, religione, letteratura, storia - solo per citare alcuni ambiti disciplinari - hanno metodiche, finalità e prospettive diverse. I "generi" ci servono come cornici di senso, con cui ci si confronta senza dogmi, ma riconoscendo il lavoro e la tradizione che ci hanno preceduto. Faccio un esempio personale: i miei genitori per cultura e mentalità non hanno sostenuto il mio desiderio di studio, purtroppo soprattutto mia madre; me lo sono conquistata con fatica ma, entrata nel mondo dei libri e del sapere, forte è stato il desiderio di riscrivere la storia del libro, dimostrando l'appartenenza a pieno titolo delle donne al mondo dei saperi, che sono anche orali, la loro partecipazione alla produzione del libro, la loro peculiare libertà come lettrici. Ne è nato un libro, Il genere dei libri, frutto di dieci anni di ricerca, che ha conquistato un posto riconosciuto nella storia della disciplina e che ha messo in moto molte altre ricerche. La mia storia personale, il mio "ingombro", forse avrebbero interessato qualcuna, ma si tratta di una vicenda assai comune che ho elaborato, grazie all’autocoscienza, in rapporto con le altre e la politica delle donne. Mentre è indubbio che questo rigoroso confronto con le fonti, con gli strumenti precisi del fare storia, dal punto di vista dell'efficacia e dell'arricchimento della storiografia e dello stimolo al desiderio di altre ha smosso ben più di quanto avrebbe fatto un racconto delle viscere, rinchiuso in un ambito assai più ristretto e poco trasmissibile.

Nei saggi del volume ho percepito una percezione che ritengo distorta della disciplina storica e che non tiene in considerazione anche la grande tradizione consolidata di storia fatta dalle donne, anche da me stessa. Vorrei rassicurare dunque che non c'è una storia con la s maiuscola, fredda, costruita solo con i fatti, neutra e spersonalizzante e, dall'altra parte, la storia vivente. Il laboratorio storiografico è ricchissimo e ormai anche gli uomini, oltre che le donne, trattano di gender, ego-documenti e soggettività. Il campo della storia è in perenne trasformazione, come ha scritto Marc Bloch ancora negli anni Trenta del secolo scorso: “La storia è la scienza del cambiamento”.

Negli ultimi anni mi sono dedicata alla storia dei sentimenti, con il desiderio di affermare anche a livello teorico e storiografico ciò che ho sempre sentito dentro di me: la rilevanza delle emozioni nei processi cognitivi e sociali, l'influenza del corpo e il suo intimo collegamento con la mente, contro una presunta superiorità o separazione della parte razionale (pensiamo in campo filosofico a Martha Nussbaum, L'intelligenza delle emozioni o a Roberta de Monticelli): a questo è dedicato il mio ultimo libro Un secolo di sentimenti. Questo mio desiderio non è però un corpo estraneo nell'ambito della disciplina bensì è pienamente inserito nel rinnovamento della storiografia (vi sono quattro centri internazionali di History of Emotions) e in cui ampio spazio hanno questioni di genere, di soggettività e tematiche propriamente femministe. Non è storia delle viscere ma è una storia che cerca di affrontare, con criteri, metodologie e approcci interdisciplinari, la ricchezza dell'esperienza umana.

L’altra questione spinosa che le nostre amiche ci consegnano è la relazione tra storia e memoria perché il loro narrare si immerge nella memoria individuale.

Questo è davvero un tema cruciale, soprattutto ai giorni nostri che vedono un continuo uso politico della memoria (Eric Hobsbawm).

Memoria e storia nella tradizione storiografica si sono a lungo fronteggiate. La memoria è la facoltà umana di conservare tracce delle esperienze passate e di avere accesso ad esse nel ricordo. Caratteristica della memoria è la sua capacità di ricostruire continuamente il passato attraverso le esigenze del presente. In altre parole è il presente che dà forma al passato, ordinando, ricostruendo, selezionando e interpretandone i lasciti. La memoria è già quindi intessuta fittamente di metacostruzioni, non è una fonte diretta né tantomeno è qualcosa a cui possiamo attingere senza strumenti. Chi si occupa di storia orale conosce bene questi problemi (Alessandro Portelli) e chi ha lavorato sulla memoria delle donne del femminismo (Luisa Passerini) ne conosce la ricchezza e anche i rischi: la necessità di affinare l’approccio non solo per non essere travolte dall’empatia, ma ancor di più per non cadere nei tranelli del racconto autogiustificativo.

Inoltre la memoria è instabile e ambivalente, muta con il corso del tempo anche nel racconto della stessa persona. Maurice Halbwachs, il grande studioso della memoria collettiva, ha sostenuto infatti che la storia inizia là dove la memoria finisce; del resto memoria e storia rispondono a logiche dissimili: la prima è mossa dall’esigenza di preservare l’identità (individuale o di gruppo), la storia, invece, è spinta dal desiderio di conoscere "obiettivamente" ciò che è accaduto. La memoria tende a rendere presente il passato, mentre - prendo a prestito le parole di una grande storica che ha molto lavorato sulle memorie di guerra e di deportazione, Anna Rossi Doria - la storia, partendo dalle domande del presente, sancisce rispetto al passato una separazione definitiva, “in un certo senso la memoria rifiuta la morte e la storia la accetta”. Il rapporto con il tempo, che è una categoria della storia, è dunque fondamentale. Tuttavia la storia si nutre delle memorie individuali e collettive e interagisce con esse e dal Novecento la storiografia ha, se non scoperto, certamente valorizzato e incrementato l’uso dei cosiddetti "ego-documenti", memorie, diari, autobiografie e ricordi orali che si confrontano con la storia “ufficiale”, spesso producendo altre storie che hanno scardinato e sovvertito narrazioni consolidate. Le “fonti di soggettività” sono entrate in maniera diffusa quindi a far parte della “cassetta degli attrezzi” degli storici (soprattutto legate agli studi di storia sociale, del movimento operaio, della deportazione e alla storia delle donne).

L’uso della memoria sa illuminare le zone d’ombra ed è capace di proiettarci dentro una vicenda e coglierne l’essenza. Una storia (soprattutto del presente) senza memorie rischia di essere senza passioni, senza emozioni.

Tuttavia ricostruire fatti storici usando solo fonti soggettive o di memoria è un’operazione rischiosa e poco attendibile. Si tratta di fonti con un forte potere evocativo e con una materia molto difficile da trattare. La memoria da sola non basta, specie se crediamo di poter con essa "fare giustizia" (Carlo Ginsburg: “Nel mondo che abitiamo, lacerato da odii interminabili, insistere esclusivamente sul potere della memoria di rimarginare le ferite del passato sarebbe frivolo. La memoria è una forza ambivalente: può produrre fedeltà oppure ostinazione, odio, cieca intolleranza. La memoria è, come Platone ebbe a dire della scrittura, un pharmakon: una medicina e, al tempo stesso, un veleno.”).

Inoltre come molti studiosi e studiose hanno osservato, tra queste Annette Wieviorka, autrice dell’Era del testimone, da tempo assistiamo a una trasformazione del rapporto tra memoria e storia nel senso che la memoria si pone in conflitto con la storia nell’ambizione di sostituirla con una visione meno arida e più soggettiva dei fatti, ma privandosi di contesti più ampi e di un vaglio più rigoroso; alcuni, mettono sull’avviso del carattere quasi ossessivo che ha assunto la memoria nelle società contemporanee, come Jacques Revel: “è come se le nostre società fossero diventate delle imprese produttrici di memoria e impiegano buona parte della loro narcisistica attività a riflettere sui mezzi per fissare la loro immagine mentre sono ancora viventi. E mentre sono ossessionate dalla loro memoria, sono divenute ampiamente ignoranti della loro storia”.

Inoltre vorrei porre un'altra questione che credo ognuna abbia potuto sperimentato: un eccesso di narrazioni individuali, di storie vissute, pensiamo alla Shoah, produce un calo di attenzione; un eccesso di dolore, di viscere, di emotività rischia di consegnarci all’assuefazione e all’indifferenza. Come ha scritto la storica indiana Parita Mukta si assiste a un “consumarsi delle memorie vissute”: ci troviamo di fronte “a un eccesso di testimonianze sulla violenza che permea ogni aspetto della vita dei nostri tempi” che si accompagna però “a un difetto di conoscenza della vera sofferenza”.

Se dunque in ognuna di noi è racchiusa una storia su cui è opportuno lavorare, sciogliendo nodi, ingombri, non è altrettanto auspicabile che diventi narrazione pubblica. Non tutto, del resto, va codificato in generi di scrittura ma rimane nell'ambito degli scambi tra persone, dei racconti di cui si nutrono le relazioni, i sentimenti, l'intimità.

Nel caso inoltre delle nostre amiche ciò che per me fa problema è che non si tratta di usare la fonte memorialistica di altri, bensì la propria. Vi è in questo un eccesso, uno strabordare: essere soggetto e al tempo stesso fonte, testimone e documento crea un corto circuito, un racconto tutto interno, si rischia l’implosione. La pratica della storia vivente è nutrita dalla relazione con altre che restituiscono misura, tuttavia è una misura assai relativa perché tutta all'interno dello stesso paradigma, approccio, metodo.

Ho letto con molto interesse questi testi sulla pratica della storia vivente: sono memorie rielaborate con un uso assai accurato e raffinato dell’autocoscienza, vagliata con il filtro del pensiero della differenza. Sono scritture militanti che porgono molti appigli alla storia, in quel continuum che potremmo intravedere tra i due poli di memoria e storia, ma che rimangono più come ho detto nel versante della memoria o piuttosto, attraverso una scrittura sorvegliata, rinnovano un genere letterario: l’autobiografia politica. Pensiamo alla scrittura di Marta Lonzi, alla sua forza.

Qui si apre un’altra questione cruciale: perché pensiamo che sia la storia a dover trasportare alcune narrazioni che stanno a fatica nel suo alveo? Perché non possiamo cambiare registro, se vogliamo raccontare questa adesione di vissuto, viscere, percorso intellettuale e politico?

Le pagine di Marirì per me hanno il sapore di una scrittura letteraria con una grande potenza. E non a caso Luciana Tavernini conclude il suo pezzo con una poesia, perché è ciò rappresenta al meglio le sue parole ritrovate.

Più che nel rapporto tra memoria e storia, la tensione che si può creare (sempre che si rimanga in una sfera di circolazione pubblica dei testi) è quella tra memoria e letteratura.

Io, per esempio, ho scritto recentemente un romanzo, Un posto dove stare, proprio perché ho capito che, pur partendo da una storia del reale, non avrei potuto restituire appieno la posta in gioco, ciò che l'immaginazione e la creazione di personaggi di finzione mi permettevano invece di esprimere.

Concluderei quindi con un invito alle nostre amiche di essere nella loro radicalità ancor più radicali, afferrando la libertà di essere oltre la storia.

Laura Minguzzi

Partendo dalla relazione di Tiziana Plebani, che noi della Libreria di Milano seguiamo, in particolare quando scrive di Venezia, preoccupandosi per il destino di questa città, a cui anch’io sono molto legata per aver studiato all’Università di Ca’ Foscari, vorrei entrare immediatamente nel merito della questione sull’obiettività - soggettività, la memoria, la verità storica, dicendo i guadagni del nostro lavoro.

Parto dall’affermazione che tutto è storia, ma la storia non è tutto. Questa è la prima frase incisa nella mente di ognuna di noi. La nostra pratica, partendo dal femminismo radicale, è appunto germogliata da lì, viene dagli anni Sessanta, dalla nostra storia di autocoscienza. Il partire da sé per noi è una pratica che non si è chiusa tra poche, non è divenuta autoreferenziale, ma è andata oltre, ha camminato nel mondo. Quando dico che ho avuto dei guadagni, mi riferisco a quello che mi è successo dopo il 2006, anno in cui Marirì Martinengo ha pubblicato il suo libro intitolato La voce del silenzio. Da lì, dopo la pubblicazione di quel libro, ho trovato la forza di affrontare un nodo rimasto irrisolto per anni dentro di me che riguardava la storia di mia madre, il mio rapporto con lei. Ne parlo appunto nel numero di DWF di cui discutiamo qui oggi. Dal riconoscimento che Marirì ha ricevuto da Milagros Rivera, storica dell’Università di Barcellona che cura parecchi corsi al’Università e si occupa della pubblicazione della rivista Duoda, è nato per me, per tutte noi della Comunità un nuovo modo di fare storia e che abbiamo chiamato, appunto, "la pratica della storia vivente". Marirì ci ha proposto di seguire il suo esempio e di individuare i nodi che facevano ostacolo alla presa di parola pubblica e condizionavano la vita di ognuna di noi. Questo avrebbe reso libera e significante la nostra storia, liberandola dalle catene della logica causa - effetto che imprigiona tutta la narrazione storica. Si tratta quindi di una pratica di libertà femminile che consiste sostanzialmente nel raccontare la verità storica a partire da sé. Dopo aver letto La voce del silenzio, Milagros ha scritto a Marirì per comunicarle che già il titolo del suo libro era un’invenzione straordinaria, un’indicazione politica grandissima, perché "la voce del silenzio", secondo lei, era innanzitutto la voce della storica e dello storico di professione che nascondono se stessi dietro la narrazione del passato e non tengono conto della propria storia ed esperienza. Da lì prese forma man mano il progetto della storia vivente, un progetto che non era già elaborato e articolato, ma che mi indusse a individuare il mio nodo irrisolto e a raccontare la storia di mia madre che fino a quel momento faceva parte della mia storia individuale, ma non era ancora diventata una lettura che rompeva con le interpretazioni comuni, i canoni tradizionali della "vittima" suicida e disperata, della "malattia", spiegazioni che non mi avevano mai soddisfatto e convinto del tutto. Così, invece, ho potuto vedere la storia di mia madre attraverso questa una nuova lente e, con l’aiuto delle altre del gruppo, ho potuto avere giustizia. Per me è stata fondamentale la relazione con Marirì, il suo coraggio di esporsi, di raccontare la verità sulla nonna che la famiglia aveva tenuto nascosta. Da lei ho preso io stessa il coraggio di rileggere la storia Italiana degli anni Sessanta attraverso la storia di mia madre, la mia storia personale. Per questo dico che è riduttivo parlare di lettura "soggettiva" della storia, perché soggettivo e oggettivo sono visceralmente uniti. Non c’è da vergognarsi a mettere in piazza le "viscere" della storia, se filtrate attraverso la lettura e lo scambio con altre. Non mi riferisco quindi al narcicisismo della memoria personale che ignora la storia. La storia c’entra eccome con le vite individuali! Come ha scritto Milagros, dopo aver letto il mio racconto della storia di mia madre e della mia famiglia. Attraverso quella narrazione soggettiva, infatti, ho restituito parola alla civiltà contadina che negli anni Sessanta in Italia ha subito una violenta trasformazione, un’industrializzazione forzata, ho fatto vedere gli effetti di quell’industrializzazione forzata nel mio paese, nella mia famiglia (ho insegnato Russo nelle scuole e conosco benissimo la storia dell’ex Unione Sovietica, so che cos’è l’industrializzazione forzata). L’Italia non è più la stessa, ha detto Milagros, dopo che ho dato voce alla storia di mia madre. La storia vivente nasce, quindi, da una necessità, un’urgenza che sia detta una storia che può costituire una chiave di lettura nuova e imprevista degli avvenimenti. La mia non è una storia che si aggiunge ad altre storie, ma una lettura simbolica necessaria della storia e dell’economia italiana, della società di quegli anni. Questa è la politica del simbolico, una politica molto legata alla vita materiale. Io mi sono fidata di Marirì, ho avuto fiducia e questa posizione di verticalità-trascendenza ha reso possibile lo scavo interiore, mi/ci ha permesso di andare dal passato al presente e di trovare nuove interpretazioni. Questo guadagno di giustizia, di verità e di parola è, appunto, il frutto della nostra pratica.

Luciana Tavernini

Intitolerò il mio intervento "Lo spessore invisibile dei fatti". Quando nel 2005 uscì il libro La voce del silenzio16, lo considerai una storia personale che metteva in luce in modo soggettivo la vicenda storica di una donna dalla vita "infinitamente oscura". Mi sembrava interessante il metodo di procedere per indizi, per la voce di testimoni, mi sembrava una denuncia della società patriarcale, vedevo quanto la cancellazione della nonna fosse stata dannosa anche per la nipote che non l’aveva neppure conosciuta. Capii solo più tardi che in quel libro vi era in nuce la proposta di un nuovo inizio per la storia, quando María-Milagros Rivera Garretas, dapprima al Circolo della rosa nel giugno2006 17 e poi in settembre a Roma al XII Simposio dell’Associazione internazionale delle Filosofe (IAPh)18 ci fece vedere che “portare alla luce la storia che si annida in ciascuna e ciascuno di noi, e farlo con un metodo capace di combinare l’erudizione critica con il pensiero che sa decifrare ciò che si sente (María Zambrano) può essere un momento di simbolico che non perpetui l’odio e la vendetta”19.

Infatti, guardando in sé, Rivera Garretas aveva riportato alla luce la sua esperienza di come la guerra civile avesse troncato i progetti di vita di sua madre e suo padre benché fossero dalla parte dei vincitori. Aveva così capito come le spiegazioni della guerra civile spagnola basate sullo schema vincitori/vinti fossero inadeguate e costituivano un’interpretazione ripetuta meccanicamente. Aveva scoperto che in lei si annida “la necessità di mettere al mondo una pace che non abbia come riferimento la guerra né l’assenza di guerra”. Il suo irrinunciabile non è “no alla guerra ma come far sì che la guerra diventi impensabile”.

Milagros si rese conto di essere incapace di imparare e spiegare le guerre e che provava angoscia e frustrazione nello spiegare l’Olocausto perché, pur suscitando grande interesse e partecipazione nelle classi, sentiva che al fondo "rimaneva sempre l’odio verso il popolo tedesco per il delitto commesso". Infatti se l’odio prevale la storia può ripetersi, ma nelle classi non riusciva a portare un’interpretazione della storia che lasciasse passare l’amore, mettendo in gioco proprio l’esperienza personale che aveva a portata di mano e che espressa può andare "oltre - non contro - lo schema vittime/carnefici, guerra giusta/guerra ingiusta superando il pensiero dominante "che ha come orizzonte la guerra o la sua assenza". La modificazione interiore della storica serve a rendere pensabile un mondo senza guerre e permette di trovare mediazioni per dirlo.

La posizione di Milagros mi fece capire come la ricerca storica in cui la storica scandaglia nodi irrisolti non è un’autoanalisi o un’analisi di gruppo ma ha la capacità di mettere in luce elementi di simbolico che ci aiutano a leggere il periodo storico in cui i nodi si sono creati perché li liberano da interpretazioni "apocrife", per usare la terminologia di Zambrano, che nascondono la "storia vera", e si riesce così a modificare il presente.

È stata questa scommessa che mi ha fatto partecipare alla svolta nel 2006 della pratica di ricerca della nostra Comunità, in cui riconosco a Marirì Martinengo l’autorità di chi per prima ha intrapreso il cammino e ha il forte desiderio di continuare a scoprirlo con noi.

Per questo tipo di ricerca, come dice Annarosa Buttarelli, “più dei fatti tramandati - a cui comunque si fa sempre doveroso riferimento - conta ciò che resta di loro, ciò che hanno prodotto nella vita di chi li ha vissuti, ciò che hanno trasformato o che hanno mancato di trasformare, le relazioni che li hanno prodotti, e avanti di questo passo percorrendo tutto il terreno che dei fatti costituisce lo spessore invisibile. Si tratta di un ascolto dei fatti in posizione di passività, di accoglienza del loro voler dire (non limitarsi alla loro analisi) per ricevere la ‹rivelazione› del loro senso storico e/o extrastorico”20.

C’è voluto tempo, ascolto mio e delle altre della Comunità, prima che potessi enucleare alcuni nodi di cui ho scritto nel saggio di DWF21.

Qui parlerò solo di quelli che mi impedivano di prendere pubblicamente parola, fidandomi di ciò che sentivo.

Rispetto all’importanza del sentire come segno di veridicità riporto le parole di Zambrano che possono aiutare a comprenderne il senso.

“Tutto, tutto quanto può essere oggetto di conoscenza, tutto quanto può essere pensato o sottoposto a esperienza, voluto o calcolato, viene previamente sentito in qualche modo; […] Il sentire dunque ci costituisce più di qualsiasi altra funzione psichica; potremmo dire che le altre le possediamo, mentre il sentire lo siamo. Per questo il sentire è sempre stato un segno di veridicità, di verità viva: la fonte ultima di legittimità di quanto l’uomo dice, fa, pensa”22.

Io non avevo grosse difficoltà a parlare in pubblico perché utilizzavo diverse strategie di cui sono diventata consapevole con la pratica della storia vivente e che ho riconosciuto in altre che nel mio saggio cito.

Una strategia è l’uso dell’ironia per ogni narrazione, anche pubblica, su di sé: racconti accattivanti, affabulatori, divertenti, soprattutto mimetici.

Un’altra è sicuramente il fare, ma un fare legato al far piacere: dunque una difficoltà a dire di no, a sottrarsi alle richieste anche di parlare in pubblico. Ci si lascia spremere. La scelta anche di dire di no, quando è davvero indispensabile, è guidata dalla gerarchia degli affetti più che dal proprio desiderio.

E per la presa di parola pubblica su temi che stanno a cuore si parla attraverso le parole di un’altra o un altro, quasi una maschera che cela e tuttavia rivela. E spiegando in modo puntuale i pensieri, le vicende altrui, grazie alla porosità che il linguaggio può consentire, si lascia trapelare qualcosa di sé.

Una storia basata sui fatti poteva solo dire che ero una donna che parlava in pubblico ma io sapevo che la mia parola non aveva la forza che viene dal partire da sé, dal fidarsi di ciò che si sente.

Ho cercato di capire che cosa aveva minato questa forza che spesso riconosco nelle bambine piccole e oggi in alcune giovani. Ho individuato dapprima un nesso tra parola pubblica femminile autenticamente legata al proprio sentire e il cambiamento avvenuto dalla metà degli anni Cinquanta e poi nei Settanta rispetto alla sessualità.

Dagli anni Cinquanta comincia lo svelamento dei misteri della nascita e del concepimento da parte dei genitori, ma spesso viene fatto maldestramente, creando un senso di vergogna verso l’origine e una svalorizzazione della capacità del linguaggio di dire la verità, riducendolo a mero strumento di comunicazione della quotidianità, contatto affettivo, suono gradevole. Non solo nella mia esperienza ma anche in quella di altre amiche c’è il ricordo della rottura della fiducia che la parola della madre sia guida alla scoperta della verità, determinata dal sentimento di essere state imbrogliate e poi da quello di miseria verso l’origine.

Solo dagli anni Settanta, col femminismo, ha cominciato a diventare dicibile il concepimento e la nascita con narrazioni che non sminuivano l’evento e nello stesso tempo non lo rendevano prosaico con invenzioni legate alla relazione, al qui e ora.

Questo ha offerto alle nostre figlie una lingua capace di dire ciò che siamo e facciamo e a non temere di farlo pubblicamente. Vi è dunque in questo evento privato una forte valenza pubblica.

Ho poi individuato un’altra situazione che rende difficile capire e fidarsi di ciò che si sente e quindi di essere in grado di giudicare e di parlare pubblicamente.

È quella legata alle molestie sessuali soprattutto se provengono da persone stimate dalla madre. Sono episodi molto diffusi ed estremamente ambigui. Anche se la giovane trova il modo per evitare che l’esperienza si ripeta, tuttavia dentro di lei permane il dubbio sul comportamento dell’uomo. Voleva farmi del bene o del male, i gesti sono quelli dell’affetto? Ero io importante per lui o ero sostituibile? Che cos’aveva di buono, se mia madre lo stimava? Se mia madre si sbagliava, come posso fidarmi del suo giudizio? Come faccio a parlare con lei, se ciò che è accaduto è così ambiguo? Il dubbio è anche un modo per sottrarsi alla reificazione che la violenza di un essere umano determina sempre in chi la subisce. Inoltre, rispetto ai racconti tragici di violenza sulle donne, ciò che è accaduto appare insignificante, eppure sappiamo quanto ci abbia segnato.

Accade che, solo dopo la morte della madre, si diventi in grado di riconoscere e giudicare l’accaduto o, come è capitato a Ornela Vorspi, scrittrice albanese che scrive in italiano e da lei narrato nel racconto "Corona di Cristo"23, se ne può parlare in una lingua che la madre non può leggere.

Questo tipo di molestie sono praticamente invisibili e indicibili, oltre a creare una sessualità distorta perché legata al piacere di lui invece che a una scoperta reciproca, creano sfiducia nel proprio sentire e ci costringono a mettere in atto le strategie di cui parlavo prima. Ho trovato una forte somiglianza tra il mio percorso e quello di Azar Nafisi sia per quello che ha narrato in Le cose che non ho detto24 sia nel suo lavoro di scrittrice.

So di aver raggiunto qualcosa di vero perché è avvenuto un cambiamento visibile in me. La pratica della storia vivente è trasformativa. Riesco a parlare a partire da me e le citazioni di altre e altri che pure uso non sono più un nascondimento ma un dialogo che apro in cui io sono il soggetto che apre l’interlocuzione.

È una tensione alla verità che mi guida. La verità raggiunta non è dunque qualcosa di statico, una spiegazione unica e definitiva, è una proposta di comprensione che altre/i possono condividere. Di due in due, come ho imparato con il femminismo.

Non significa neppure che quel nodo non continui a porre interrogativi.

Io continuavo a domandarmi perché quel medico, che ora so aveva abusato della mia ingenuità e della fiducia di mia madre e mi ha fatto del male, non mostrava alcun segno di colpevolezza.

Leggendo "Questa guerra è una guerra di religione"25 di Simone Weil ho trovato una spiegazione a cui posso aggiungere un mio punto di vista. Non vi riassumo il testo, merita di essere letto integralmente. È stato scritto tra la fine del 1942 e la prima metà del 1943. La Weil si interroga su come gli uomini affrontino il problema del bene e del male. Individua tre modi. Il secondo è quello che ha fatto luce sul mio interrogativo. Il metodo per non sentire il peso del problema morale, della scelta tra bene e male è quello dell’idolatria che "consiste nel delimitare un ambito sociale nel quale la coppia bene e male non ha più diritto di entrare. Nella misura in cui uno è partecipe di quest’ambito, l’uomo non è più sottomesso a questa coppia.

Il ricorso a questo metodo è frequente. Uno scienziato, un artista, in quanto tali, credono spesso di essere svincolati da qualsiasi obbligo, dal momento che hanno fatto della scienza, dell’arte, uno spazio recintato nel quale virtù e vizio non penetrano. La stessa cosa avviene talvolta anche a un soldato, a un prete: si spiegano così i saccheggi delle città e l’Inquisizione. In senso generale, questa tecnica della compartimentazione nel corso dei secoli ha fatto commettere molte mostruosità a uomini che non sembravano affatto dei mostri".

Questa era la posizione di quello stimato e affermato professionista della salute. Io posso aggiungere che chi elimina la differenza tra vizio e virtù per sé infetta anche la capacità di distinguere in chi subisce.

Marina Santini

Le cose dette sono tantissime e a me adesso piacerebbe adesso ascoltare voi. Cerco di puntualizzare soltanto un paio di cose. Il primo discorso è questo. La pratica della storia vivente apre la possibilità di rileggere diversamente la storia dal punto di vista femminile, indagando sui nodi personali che con fatica andiamo a ritrovare dentro di noi e diciamo alle altre che a loro volta ci rimandano, in un continuo dialogo, in una continua ripresa, le nostre parole. Ci impegniamo a distillare un racconto che vale anche per altre e altri, quindi non è solo storia individuale. Abbiamo trovato una modalità di leggere la storia delle donne diversa rispetto al quella impostata sulla contrapposizione tra vincitori e vinti, citata prima da Luciana Tavernini che si riferiva al testo di Milagros Rivera. Qui c’è un nodo evidente. Penso al lavoro recente di Anna Bravo (La conta dei salvati. Storie di sangue risparmiato: dalla Grande Guerra al Tibet, Editori Laterza 2013) che della resistenza italiana, tra il 1943 e il 1945, è andata a vedere non la più nota lotta armata contro il nazifascismo, ma quella più nascosta, silenziosa, disarmata, che si è svolta in ogni luogo del Centro Nord - caserme, scuole, fabbriche, campagne, nelle case, nei conventi, per le strade, nei luoghi di lavoro e nei luoghi di prigionia - in cui è stato possibile dire no all’oppressione e alla vergogna, salvare una vita e salvare la propria coscienza. Questo è un esempio di cosa una donna può dire di diverso sulla guerra. L’altro discorso riguarda la modalità di lettura, il taglio con cui si racconta la storia. È stato citato il mio pezzettino nel quale dico che uno dei miei nodi, certo non traumatico come quello di Laura Minguzzi o di Luciana Tavernini, era il rapporto tra la giustizia da una parte e la preferenza dall’altra. Ho sempre vissuto in maniera molto conflittuale la preferenza nei confronti miei o di altre, pur agendo poi io stessa la preferenza con le mie allieve, fedele alla pratica femminista, per cui "preferire" una ragazza rispetto ad un ragazzo voleva dire anche darle quel "di più" di cui aveva bisogno per valorizzarsi, misurarla in un modo diverso rispetto ad altre e altri. Questa cosa, che mi ha creato problemi da bambina e durante la mia vita lavorativa, mi è stato letta dalle amiche della comunità di storia vivente in una chiave completamente diversa. Ecco allora che quella preferenza che prima vedevo come discriminatoria, di fatto, non escludeva, ma faceva crescere e quindi quello che poi sono diventata lo devo proprio a quella maestra che aveva una preferenza per me. Mi sono così riconciliata con quella maestra che prima ricordavo con fastidio e ora, invece, ho riconosciuto come figura positiva del mio percorso, pur con tutti i suoi difetti: lei mi ha fatto andare avanti. Questa modalità soggettiva di interrogare la storia che abbiamo individuato apre nuove strade non solo all’indagine storica, ma anche alla scrittura della storia, per cui sì è vero si tratta di una scrittura tra letteratura e storia, ma è una scrittura che forse ci rende più vicine alla storia. Questo volevo precisare. Poi magari con le vostre domande interverrò ancora.

Alessandra De Perini

L’argomento è difficile, molto interessante, per me e alcune qui presenti sicuramente appassionante. Noi abbiamo preparato delle domande, ma forse è meglio sentire da voi che siete qui e avete ascoltato che impressioni avete, che osservazioni, critiche o considerazioni desiderate porre in contesto.

Mariella

Come lavorate nella vostra pratica anche rispetto alla scrittura?

Grazia Sterlocchi

Vi ringrazio tantissimo tutte, perché ciascuna si è rivelata in una pienezza che apprezzo molto con tutte le differenze di discorso. Io voglio dire solo due cose. Una prima cosa è questa. A proposto dell’intervento di Luciana Tavernini, dove sentivo tutto un sottofondo del pensiero di María Zambrano, quella condizione di passività nella quale mettersi, rispetto a questa operazione di grandissimo mistero, come se si entrasse in una zona misteriosa, volevo aggiungere un’altra parola di María Zambrano che ha a che fare con le "viscere", parola-chiave del suo pensiero, quelle viscere che troviamo come metafora anche nei Chiari del bosco, perché i chiari o le viscere sono le zone di massima verità, aprono alla questione del vero, della grande storia che proponeva Tiziana Plebani. È chiaro che io, attraverso una mia esperienza e una pratica di indagine di filosofia e di poesia, assumo come verissima questa proposta e questa rivelazione di María Zambrano. È un compito molto impegnativo perché bisogna convivere con le viscere e le viscere si muovono con una lingua molto disarticolata ed è proprio questa disarticolazione il suo fascino e la sua difficoltà: comporre i frammenti di messaggio che a mano a mano di vengono acquisire. Comporli è un grande esercizio che già appartiene, credo, a ciascuna di noi e, nel caso vostro specifico, a voi che vi proponete come storiche, come ricercatrici, ascoltatrici del piano profondo, ognuna, come dire, poi si dà la propria definizione. Di quello che ho ascoltato finora due cose mi sono molto interessate moltissimo, oltre l’interrogazione di Tiziana Plebani. Una è come salvaguardare il rapporto madre figlia. Salvaguardare la stima della madre, quando questa viene messa in discussione, è una questione importantissima che credo faccia parte della storia di tante di noi e mi piace molto. Ad un certo punto è stato detto, ma non ricordo da chi, che per rispondere alla nostra esigenza che non è solo di immediatezza, ma di verità, una storiografia non può essere assunta come vera, se non tiene conto e non fa passare il fiume dell’amore. Ringrazio chi ha citato in contesto questa cosa, perché mi sembra una verità che apre, che sintetizza innanzitutto, raccoglie tutta una problematica e una tensione a cui finora non avevo trovato detta con tanta forza e semplicità. Ecco allora questa è la questione secondo me che potrebbe interessare Tiziana Plebani rispetto proprio alle interrogazioni che all’inizio poneva, quando Luciana Tavernini diceva che il sentire non è solo le viscere, non sono solo sentimenti, ma luogo primo di verità, e non a caso la Zambrano mette il sentire addirittura gli inizi della relazione verticale, della trascendenza.

Chiara Puppini

Molto interessante quello che avete detto, ma ho dei dubbi che voglio porre qui in contesto. Io parlo da insegnante di storia. Il mio problema era che cosa serve la storia. Me lo ponevo tutti i giorni di fronte ai miei studenti. Qui le insegnanti che ci sono mi capiscono. Allora la storia certo serve per capire il presente. Guardo il passato non per fare un esercizio puramente erudito, intellettuale, ma per capire il presente. Lo guardo con gli occhi del presente. Allora voi state facendo un lavoro molto di scavo personale, cercate di capire come si snoda la storia delle donne, parlate delle nonne, delle madri che hanno affrontato il drammatico passaggio dall’agricoltura all’industrializzazione, ma io oggi vorrei capire perché le donne dell’Arabia Saudita sono in quella condizione, perché tanta violenza sulle donne nel mondo, vorrei avere degli strumenti molto più articolati rispetto allo scavo su di sé. Io voglio capire le origini di tanta violenza e questo me lo dice solo lo storico di professione, lo storico che sa usare le fonti, che sa guardare i fatti e distinguerli dalle interpretazioni. I fatti mi raccontano le trasformazioni economiche industriali. Finalmente gli storici hanno imparato che la storia è degli uomini e delle donne. La storia è comunque e sempre di uomini e di donne, non parla di strutture. Questa è la storia: uomini e donne che agiscono nel tempo. Per capire il senso delle vicende storiche ho bisogno di nuovi strumenti, non mi basta, anche se è molto utile, lo scavo su di sé che forse si avvicina di più alla memoria. Ai miei studenti dicevo: racconta la tua storia! Perché nella storia che uno si racconta ci sono le categorie dello storico, ci sono i cambiamenti, i periodi, i fatti clamorosi e quelli meno clamorosi. Le categorie che usiamo nel raccontare la nostra storia personale, di fatto, sono le stesse degli storici. Però va fatta chiarezza: la mia storia è la mia storia, la storia degli uomini e delle donne, invece, deve spiegare perché gli uomini, a fronte di un radicale cambiamento femminile, non stanno cambiando. Allora dico che la storia deve diventare impegno politico in senso alto e generoso, far capire che cosa succede ed essere strumento per cambiare il mondo, portare il proprio contributo di conoscenza. Penso all’uso distorto, ignorante che si sta facendo sulla "storia locale" tutti i giorni. Io credo che gli insegnanti possano dare alle giovani generazioni gli strumenti fondamentali che possono servire tutta la vita per capire la realtà. Questa è la storia, il suo compito: capire la realtà, il presente e non girarsi da un’altra parte.

Marina Santini

Vorrei rispondere a Mariella che chiedeva della scrittura. La nostra pratica è questa: noi ci troviamo con frequenza mensile. Ciascuna di noi cerca di tirare fuori il nodo che ha al suo interno, una volta che è sviscerato questo nodo, e non è facile, non siamo soltanto noi quattro ultimamente si sono aggiunte altre, qualcuna poi ha lasciato perché il lavoro è decisamente molto pesante, una volta che il nodo è stato individuato, in un percorso non facile e a volte doloroso, il racconto viene accolto e analizzato dalle altre. Chi sente risuonare dentro di sé o per analogia o per contrasto qualcosa di quel racconto rilancia a chi ha fatto il racconto e un incontro dopo l’altro lo si riprende distillandolo sempre di più, fino a togliere le parti del testo ininfluenti o che fanno confusione e arrivare così ad un racconto che abbia spessore più ampio. Poi, diverso tempo dopo, si arriva alla scrittura. Il passaggio alla scrittura è individuale, ma il testo scritto è continuamente letto dalle altre che rimandano critiche e suggerimenti, quindi è frutto di un lavoro in relazione. Marirì ogni volta ci dice: "Mi raccomando il contesto, la storia, questa non è autocoscienza, pur partendo dall’autocoscienza, c’è un desiderio di dire, ma questo dire deve essere contestualizzato, tenuto dentro l’ambito storico". Solo a questo punto, infatti, si arriva alla scrittura femminile della storia che tiene conto del racconto individuale, del pensiero delle altre e della elaborazione che ciascuna fa autonomamente. Per questo la nostra è una scrittura femminile relazionale. Nessuna di noi scrive nel chiuso della propria stanza. La difficoltà è proprio tenere insieme questi diversi livelli.

Luciana Tavernini

Rispondo a Chiara Puppini, tenendo presente quello che ha detto Grazia Sterlocchi. La storia che gli storici ci hanno consegnato spesso è una storia del potere o dell’oppressione del potere ed è una storia che ci induce soprattutto ad ammirare il risultato della forza e ci fa pensare che la forza sia ineludibile. Non ce li dà, quindi, gli strumenti politici per cambiare la realtà. In questo momento siamo di nuovo di fronte alla scelta di combattere il nemico con la guerra. È andata male dieci anni fa, cinquant’anni fa, cent’anni fa, ma la proposta è sempre quella: io sono più forte di te e prima o poi ti vinco. Allora noi pensiamo che nella nostra realtà, nella nostra esperienza ci sia molto che non viene preso in considerazione e sono la pratica delle relazioni, l’amore che circola tra le relazioni, le modalità che sono storiche di far circolare questo amore e di vivificare le relazioni in epoche diverse e io nel mio saggio vedo modalità di mettere in luce la costruzione della vita che prima non vedevo, vergognandomi, per esempio, di come mia madre costruiva le relazioni, perché vi leggevo le modalità delle donne povere e le rigettavo come miseria, invece poi sono riuscita a individuare la categoria della "munificenza" che è molto diversa dalla ricchezza che fa sì che anche in una situazione di tanti profughi si riesca a vivere con dignità, senza scannarsi. Queste categorie le cominci a portare alla luce - e qui mi riferisco al discorso che faceva Grazia - cercando dove ci sono le viscere, i chiari di bosco, allora lì scopriamo che c’è verità. Penso alla vergogna che avevo per mia madre che mi sembrava un’impiccione perché portava la minestra alla vedova dell’ultimo piano. Adesso ho capito che in quel modo lei ha fatto sì che una situazione drammatica non diventasse tragedia. C’è nella storia la possibilità di fermarsi prima, prima della violenza, prima del conflitto corpo a corpo, come diceva la Bravo nel suo libro sul sangue salvato. C’è un altro modo di vedere la storia, di comprendere gli avvenimenti del passato.

Tiziana Plebani

La storia ormai non si occupa più solo dei fatti. Cerchiamo di non svalutare il lavoro delle storiche che ormai da tantissimo tempo non consegnano storie di potere! Io faccio parte della "Società delle Storiche" e ormai da trenta, quarant’anni abbiamo ribaltato la storia ufficiale, abbiamo fatto emergere i contesti, le pratiche di relazione. Vi prego, non torniamo indietro, non azzerate il lavoro onesto e rigoroso di tante! Non è più così la storia, né quella delle donne né quella degli uomini. La storia è stata cambiata e continuiamo a cambiarla, non suscitiamo fantasmi sulla storia. Adesso abbiamo una ricchezza. Io rispetto questa vostra posizione, ma voi rispettate il lavoro enorme che è stato fatto da tante donne e anche da alcuni uomini.

Désirée Urizio

Sono un’archivista e mi piace molto fare ricerche storiche, anche se non ho il tempo di dedicarmi alla ricerca come vorrei. Per quanto riguarda lo studio dei documenti so che ci sono tanti ostacoli, soprattutto due: il primo è dato dalla pretesa di obiettività di chi fa ricerca storica sui documenti, perché sappiamo benissimo che, a seconda delle diverse ideologie, la storia può essere scritta in un modo o in un altro. Per anni abbiamo avuto esempi di storia ufficiale che non diceva del tutto il vero, ma il verosimile. Il secondo ostacolo ha a che fare con la legge che consente la pubblicazione dei documenti di archivi privati solo dopo cinquant’anni dalla morte di chi ne è in possesso. Anche gli archivi dei vari Ministeri sono sottoposti al vincolo delle segretezza. Quindi se io, per esempio, volessi studiare il caso Moro, saprei già fin d’ora che l’archivio privato di Giulio Andreotti, morto da poco, o di altri personaggi politici significativi legati al caso Moro, sono secretati. Questo è un ostacolo. Quindi questa obbiettività dei documenti è soggetta a vincoli di legge. Adesso, per esempio si sa molto di più dei fatti accaduti in Istria nel secondo dopoguerra e si riesce a sapere che cosa avevano veramente scritto in merito alla questione personaggi come De Gasperi, Togliatti o Churchill. In questi giorni, rileggendo il libro di Marirì Martinengo sulla nonna letteralmente "scomparsa", di cui nessuno in famiglia parlava, suscitando la sua curiosità di bambina, ho potuto rendermi conto che, per raccontare questa vicenda drammatica, Marirì ha messo a confronto documenti, cercato fotografie, trovato lettere conservate dalla cugina, c’è stato insomma una ricerca di documenti. Io vedo la storia vivente un po’ come quell’elemento che può fare da equilibrio tra la storia a cui siamo abituate e quello che, invece, viene fuori nella nostra storia. Non ci sono tanti tipi di storia, potremmo anche dire che la storia vivente costituisce una verifica della storia ufficiale. Un nodo che mi lega alla storia e mi impegna alla ricerca della verità storica riguarda quanto è successo in Istria con l’esodo, tra la fine della seconda guerra mondiale e i primi anni del dopoguerra. La mia ricerca ha dovuto fare i conti con l’oblio generale, anche della sinistra, di quella parte di storia italiana che non è stata registrata o è stata distorta e travisata dalla storia ufficiale. Verissimo poi quello che diceva Chiara Puppini sull’importanza delle fonti per restituire visibilità a figure di donne che non conosciamo, ma che hanno lasciato un segno nella storia, contribuito con intelligenza, impegno, pagando anche prezzi molto alti, alla costruzione della società in cui viviamo. A questo proposito, mi viene in mente la presentazione della figura di Ida D’Este, una donna straordinaria di Mestre, partigiana e politica, di cui nessuno fino a pochi anni fa parlava più e che ora c’è nella memoria collettiva della nostra città. Si può continuare a fare ricerca "sulle" donne, ma oggi, se lo desideriamo, possiamo andare oltre e collocarci su un livello più alto, quello delle donne che fanno ricerca storica a partire da sé, indagando sui nodi e i passaggi della propria storia vivente. Come l’archivista quando apre le buste d’archivio e comincia a leggere i documenti, ha la possibilità di andare oltre, di vedere di più, se ha pazienza, curiosità e intuito, così chi fa ricerca utilizzando Internet, deve comunque saper andare oltre le notizie ufficiali e cercare nei vari siti notizie e testimonianze, mettendole poi in relazione.

Adriana Sbrogiò

Vi ringrazio perché ho avuto molti stimoli. Voglio fare una domanda che riguarda il “prendere la parola, fidandosi di quello che si sente”. Ecco io mi sono sempre fidata di quello che sento, ma non sempre riesco a parlare, anche se sento che quello che provo è vero, per me. Mi ha colpita Tiziana Plebani, quando ha detto che l’amore non è nella storia.

Io sono vecchia e, quando ero giovane, la storia che si studiava era quella delle guerre, non c’era la storia degli uomini e delle donne. Ora chiedo, dopo aver ascoltato le relatrici, se questa maniera di raccontare la storia, di fare ricerca, la modalità con cui si sono espresse le donne della Comunità di storia vivente, non sia proprio una forma di amore verso le donne e gli uomini.

Io penso che questo nuovo modo di fare storia, a partire dalla propria esperienza, per cui non serve una guerra per raccontare quello che è accaduto o sta accadendo, sia una forma di amore verso gli esseri umani, donne e uomini, così come vedo una forma d’amore aiutare le donne, ma anche gli uomini, a fare e a dire con consapevolezza la propria storia vivente. Penso che se gli uomini riuscissero a guardare, con amore e profondità, dentro la propria storia, forse farebbero meno guerre.

Ecco, un’altra cosa che mi ha colpita e mi è piaciuta è l’uso dell’ironia di cui parlava Luciana Tavernini nel raccontare la propria storia. Questo modo di dirsi ironicamente aiuta a superare la timidezza e, a volte, anche a rendere meno amare le sofferenze.

Luciana Tavernini

Vorrei dire a Tiziana Plebani che non penso a una contrapposizione tra storiche, io rispondevo al discorso che aveva fatto Chiara Puppini che diceva che ci può essere una interrelazione, come è cambiata la capacità delle storiche che non guardano più solo alla storia del potere, ma anche ad altre storie, altre categorie, noi offriamo, attraverso questo tipo di lavoro, la possibilità di individuare altre categorie storiche che possono aiutare a leggere diversamente la storia del passato e del presente. Voglio dire, per esempio, la categoria della munificenza: ci sono studiose e studiosi che hanno visto la pratica del dono che lega lo società forse più che la pratica del mercato, però molto spesso voglio vedere se la munificenza è la stessa cosa del dono o, invece, qualcosa di diverso, perché voglio rimanere, come dice bene Adriana Sbrogiò, restare legata a quello che sento. Io so bene quello che sento, ma spesso non mi fido di quello che so, perché a volte il sapere ci aiuta a cancellare. Noi l’abbiamo fatta questa pratica. Studiando all’Università mi sono trovata ad essere una brave ripetitrice, non ci mettevo dentro niente di mio, quindi andavo benissimo per l’Università, perché appunto ripetevo. Mancava però l’aggiunta di qualcosa di nuovo. Io penso che la pratica della storia vivente possa fare gioco anche alla ricerca di chi non si sente di andare a fare questo scavo interiore (delle quattro che sono venute da noi due, infatti, si sono ritirate), perché certi nodi (un handicap, la violenza che si ribalta in fragilità ecc.) noi non li vogliamo intaccare perché ci strutturano. Bisogna essere libere per fare questa pratica. Allora si cominciano a delineare altri modi di leggere la storia. Non vedrei contrapposizione, ma contributi da parte nostra.

Laura Minguzzi

La nostra è una pratica vivificatrice della storia.

Nadia Lucchesi

Ho ascoltato la discussione con interesse, ho letto il libro e quello che mi interroga di più, alla fine di questo incontro, è una preoccupazione che ho sentito subito e mi sembra riemersa qui, soprattutto nelle parole di Tiziana Plebani, ma anche in altri interventi: la possibilità di trasmettere questa pratica della storia vivente. Tiziana Plebani diceva che un eccesso di memoria cancella la storia, perché annoia, soffoca con troppi particolari, non porta a una sintesi. Si tratta di una preoccupazione che ho già vissuto come insegnante. Per trentacinque anni ho, infatti, insegnato storia, oltre che filosofia, con passione e con il desiderio di introdurre nella narrazione tradizionale la nuova capacità delle donne di interrogare gli eventi storici. Sono stata sostenuta in questo desiderio da Alessandra De Perini che mi ha aiutato a trovare il modo di realizzarlo, così nel liceo in cui insegnavo, abbiamo organizzato insieme corsi pomeridiani di "storia delle donne", spiegando all’inizio che la storia di cui avremmo parlato non era solo "storia delle donne", era storia di donne e uomini, fonte di ispirazione per tutti. Con l’approvazione del collegio dei docenti e del consiglio di istituto, che hanno così riconosciuto formalmente la necessità di correggere un difetto intrinseco nell’impostazione dei programmi scolastici, abbiamo affrontato un nodo teorico che ancora oggi ci chiede l’impegno di far diventare le donne soggetti storici, non comparse in una narrazione che, soprattutto nei libri scolastici, tende a relegarle in una sorta di parentesi che, di fatto, le esclude o ne minimizza la forza di azione e di cambiamento. Volevamo trasmettere il senso di un "di più" che avrebbe aiutato le ragazze e i ragazzi a valutare il passato e il presente in modo radicalmente nuovo, non solo perché non compariva nei libri di testo, ma soprattutto perché mostrava il vantaggio di fare agire la differenza come categoria storica necessaria alla comprensione dei fatti. Operavamo per mostrare appunto un paradigma, una modalità di approccio e di lettura dei cosiddetti "eventi storici": la nostra scommessa era tutta lì, lasciare un’impronta indelebile non tanto e non solo nei contenuti, ma nella capacità di operare una conversione dello sguardo. Il nostro lavoro è stato premiato dalla partecipazione non solo di alunne e alunni di tutte le classi, che liberamente sceglievano di rientrare a scuola il pomeriggio, senza ricavarne vantaggi scolastici di alcun tipo (non erano ancora stati inventati i cosiddetti "crediti"), ma anche dall’interesse e dalla presenza di alcune madri che accompagnavano le figlie e spesso si fermavano a discutere con noi. Volevamo che il sapere che noi avevamo guadagnato con fatica e tanta passione non andasse perduto: questo è uno dei problemi fondamentali che deve porsi chi si accinge a narrare e interpretare gli eventi in modo nuovo. Perciò vi chiedo: come avete affrontato questo problema?

Un’altra questione che mi interroga riguarda il vostro modo di considerare la storia. Viene spesso citata nei vostri scritti Simone Weil, soprattutto per la sua convinzione che c’è, operante nel tessuto degli eventi e delle azioni umane, l’amore, una forza più forte del potere, e che bisogna saper vedere oltre le presunte relazioni di causa-effetto, di azione e reazione. Condivido questa analisi in pieno, ma non dimentico però che Simone, coerentemente con la sua pratica di tenere irrisolte le contraddizioni, insegnava anche a fissare l’attenzione sui rapporti di forza, a tenerne conto con estremo realismo, altrimenti non aiutiamo le giovani generazioni a entrare in contatto con la realtà, le indirizziamo verso una dimensione di immaginazione, di fantasia, di desiderio che ci assolve dalla fatica di stare all’altezza delle domande che il presente ci pone. Per me una delle funzioni della storia è, appunto, insegnare a stare a contatto con la realtà, per quanto dura, rugosa e difficile sia. L’amore per il mondo e per la storia che donne e uomini hanno costruito ha per me questo senso, altrimenti ogni conoscenza si tramuta in vuota erudizione o inutile collezione di aneddoti, come già Nietzsche aveva ben compreso.

Laura Minguzzi

Il discorso della pratica della storia vivente è chiaro che è una scommessa politica. Noi non siamo storiche di professione, ma desideriamo da anni avere relazioni con le storiche di professione, per cui abbiamo intrecciato la relazione con Milagros Rivera e anche con Tiziana Plebani c’è una relazione, per quanto discontinua, abbiamo presentato e discusso i suoi testi, ricordo benissimo, per esempio, Che genere di libri o Storia di Venezia, città delle donne. Mi ha colpito che Tiziana Plebani abbia parlato della madre che non ha sostenuto il suo desiderio di studiare. Ecco, questo io lo vedo subito come un nodo. La tua scrittura, l’amore per i libri che lei ha forse sono legati proprio a questo. Mia madre, invece, contadina, quasi analfabeta, desiderava tanto che io studiassi e questa è stata una spinta forte che mi ha sostenuta. Il discorso della trasmissione, secondo me, posto in questi termini, non l’ho mai visto come trasmissione, perché la trasmissione è legata all’esperienza, avviene se c’è una relazione, quindi il discorso dell’amore fatto anche da Zambrano in Chiari del bosco ci permette di restituire il senso del reale che non è solo quello che vediamo, ma di più, un senso delle cose e la trasmissione avviene proprio grazie alla relazione, attraverso una pratica di relazione. La scommessa politica è quindi intenzionale o ce l’hai o non ce l’hai il desiderio di voler riscrivere simbolicamente la storia. Da lì non sfuggi, è un passaggio obbligato. L’amore per la storia io lo vedo in Tiziana Plebani, la spinta a restituire riscattare la storia di chi non ha parola, che non è automaticamente amore per gli uomini e le donne, ma proprio per la storia, desiderio di restituire giustizia, verità e parola ad una storia che non è scritta da nessuna parte. Come ho fatto io, scrivendo la storia di mia madre. La storia vivente non è però la storia familiare e neanche la storia locale. Anche dalla relazione con i luoghi, con la città si può allargare il contesto, può emergere, attraverso la ricerca di tracce e segni, la storia degli anni Trenta, degli anni Quaranta ecc. Quello che cerchiamo è la restituzione di un senso vivo al reale, non la ricostruzione oggettiva del passato.

Adriana Sbrogiò

Come puoi dire che la storia vivente non è la storia personale?La storia vivente è questo e anche quello. Come si fa a dire che non è la storia delle donne e degli uomini?

Laura Minguzzi

Volevo sottolineare che la scommessa che c’è è politica e riguarda la restituzione di senso al reale.

Alessandra De Perini

Proprio adesso che la discussione si accende, dobbiamo, purtroppo, terminare il nostro incontro perché è finito il tempo a nostra disposizione. Manca la risposta al tema della scuola. Ci sarà modo di riprendere la riflessione e, se c’è interesse per la storia vivente, noi Vicine di casa ci poniamo come punto di riferimento per organizzare ulteriori momenti di riflessione e discussione.

1 Emily Dickinson, Poemas 1201-1786. Nuestro Puerto un secreto, traduzione e lettura delle poesie in spagnolo di Ana Mañeru Mendez e María-Milagros Rivera Garretas, con un Epílogo di quest'ultima, Sabina Editorial, Madrid 2015, pp.639 + CD formato mp3, poema 1639, p. 439.

2 Una biografia femminista, la mia Teresa de Jesús / Teresa of Ávila, edizione bilingue spagnolo-inglese con traduzione inglese a cura di Laura Pletsch Rivera, Sabina editorial, Madrid 2014.

3 Nacque a Milano con il “Manifesto di Rivolta Femminile”, in Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale e altri testi, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1974, ora anche edito da et al, Milano 2010; (Escupamos sobre Hegel, La mujer clitórica y la mujer vaginal, trad. Francesc Parcerisas, Anagrama, Barcellona 1981; prima LaPléyade, Buenos Aires 1975).

4 Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna "sottratta". Ricordi immagini documenti, Genova, ECIG, 2005. In spagnolo è disponibile una recensione in DUODA, Estudios de la Diferencia Sexual, n. 31 (2006), pp. 205/208. DUODA è una rivista cartacea a libero accesso in http://www.raco.cat/index.php/DUODA/

5 Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna "sottratta". Ricordi immagini documenti, op. cit. p.21. La citazione si trova anche in "La voz del silencio. Me llama desde siempre" (La voce del silenzio. Mi chiama da sempre) in DUODA, Estudios de la Diferencia Sexual, n. 40 (2011), 42/49, pag. 44 (http://www.raco.cat/index.php/DUODA/).

Le sue riflessioni più recenti in: Marirì Martinengo, "Me llama desde siempre: la respuesta a la llamada" (Mi chiama da sempre: la risposta alla chiamata) in DUODA, Estudios de la Diferencia Sexual, n. 49 (2015), pp. 68/94, (http://www.raco.cat/index.php/DUODA/).

6 Ho toccato questo argomento nel mio "La vida de las mujeres: entre la historia social y la historia humana" (La vita delle donne: tra la storia sociale e la storia umana), in Flocel Sabaté e Joan Farré, eds., Medievalisme: noves perspectives, Pagès editors, Lleida 2003, pp. 109-120.

7 Luisa Muraro, "Vita passiva", in Annarosa Buttarelli, Giannina Longobardi, Luisa Muraro, Wanda Tommasi, Iaia Vantaggiato, La rivoluzione inattesa. Donne al mercato del lavoro, Pratiche editrice, Milano 1997, pp. 65-83, pag. 77. Si veda anche Chiara Zamboni, L'azione perfetta, Centro Virginia Woolf, Roma 1994.

8 Si può vedere il mio "Madres e hijas: la llamada de las entrañas" (Madri e figlie: la chiamata delle viscere), in Isis Internacional, portale MujeresHoy, 2015 (Cile) (www.mujereshoy.com/partees/3091.shtml) e www.mujereshoy.com/partees/portada.shtml).

9 "María Zambrano, pensadora de la aurora" (Maria Zambrano, pensatrice dell'aurora), in Anthropos, n. 70/71 (1987), pp. 37-38. Intervista pubblicata in Cuadernos del Norte, n. 38 (1986), pag. 6.

10 María-Milagros Rivera Garretas, "La historia que rescata y redime el presente", in DUODA, Estudios de la Diferencia Sexual, n. 33 (2007), pp. 27-39; "History that rescues and redeems the present", in Imago Temporis. Medium Ævum, n. 2, 2008, pp. 17-25; "La storia che riscatta e redime il presente", in Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, eds., Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008, pp. 343-357.

11 Laura Mercader Amigó y María Milagros Rivera Garretas, "Hablar como mujeres. Una elección" (Parlare in quanto donne. Una scelta), atti del laboratorio di Duoda (con Gloria Luis Peralvo) in Radicalment feministes. 40 Anys de Feminisme a Catalunya (2, 3 e 4 giugno 2016), in corso di stampa.

12 Luisa Muraro, "La politica è la politica delle donne", in Via Dogana, n. 1, giugno 1991, pp. 2-3.

13 María Zambrano, Persona y democracia. La historia sacrificial (1958), Anthropos, Barcelona 1988, p. 136; Persona e democrazia. La storia sacrificale, Paravia Mondadori, Milano 2000, p.161.

14 Un esempio prezioso del fatto che non è un'antinomia lo danno i seguenti versi della poesia n. 446 di Emily Dickinson: «Destilla sentido asombroso / De Significados Corrientes» [Distilla senso stupefacente/ Di Significati Correnti], in Emily Dickinson, Poemas 1-600. Fue - culpa - del Paraíso, prologo, traduzione e lettura in spagnolo delle poesie a cura di Ana Mañeru Méndez e María-Milagros Rivera Garretas, Sabina editorial, Madrid 2012, pp. 940 + CD formato mp3, p. 691.

15 María Zambrano, Persona y democracia. La historia sacrificial (1958), op. cit., pp.136-137; Persona e democrazia. La storia sacrificale, Paravia Mondadori, Milano 2000, p. 161.

16 Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna “sottratta", Ecig, Genova 2005.

17 Selezione degli interventi da "Come raccontare vite infinitamente oscure?", incontro al Circolo della rosa di Milano, 17 giugno 2006 a cura di Silvia Marastoni, Luciana Tavernini, Marina Santini (www.donneconoscenzastorica.it).

18 María-Milagros Rivera Garretas, "Riscattare e redimere il presente" in Annarosa Buttarelli, Federica Giardini, Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008, p. 354.

19 Id, p. 354.

20 Annarosa Buttarelli, Sovrane L’autorità femminile al governo, il Saggiatore Milano 2013, p. 56 nel capitolo intitolato "Un’altra storia, un’altra democrazia”.

21 Luciana Tavernini, "Gli oscuri grumi del disordine simbolico" , DWF n.95, 2012, 3.

22 María Zambrano, "Per una storia della pietà" aut aut, n.279, pp. 63-69, "Para una historia de la pietad" (1949), Lyceum (La Habana), n. 17 1997, p. 64).

23 Ornela Vorspi, Il paese dove non si muore mai, Einaudi, Torino 2004.

24 Azar Nafisi, Le cose che non ho detto (2008), trad. di Ombretta Giumelli, Adelphi, Milano 2009.

25 Simone Weill, Una costituente per l’Europa. Scritti londinesi a cura di Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito, Castelvecchi, Roma 2013, p. 70.

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[ocultar] Las Vecinas de casa (Español)

"Las Vecinas de casa" (Le Vicine di casa)

Las Vecinas de casa (Le Vicine di casa) son una asociación de mujeres nacida en Mestre en los primeros años noventa. Tienen una idea grande de la ciudad, fundada en la calidad de las relaciones entre sus habitantes. Conocen las condiciones que impiden la disgregación del territorio y permiten vivir en común, mujeres y hombres, a gusto, en un mismo espacio. Inspirándose en una tradición antigua, la vecindad, han puesto a punto una forma simple de la política que ayuda a afrontar los problemas de la vida cotidiana, colocándolos dentro de un horizonte de significados más vasto. El oro de las Vecinas de casa es una práctica de relaciones que vuelve humana la ciudad, una forma de gobierno de lo existente que abre espacios nuevos e imprevistos de vida pública. Han publicado, entre otras cosas, VV. AA., L'oro delle Vicine di casa> (Quaderni di Via Dogana, febrero 1988); se han cuidado de La lezione di Simone Weil. Donne e uomini a confronto (Venecia, Cedit, 2012).


[ocultar] Laura Minguzzi (Español)

Laura Minguzzi

Nacida en Rávena, es licenciada en Lenguas y literaturas extranjeras (ruso y francés) por la Università de Ca' Foscari (Venecia), con una tesis sobre los movimientos femeninos y feministas rusos del siglo XIX. Ha dado clase en Bolonia, en Parma y en Milán, donde vive ahora. A finales de los años ochenta participó activamente en el movimiento de la pedagogía de la diferencia. En los años noventa, por amor a la política, se trasladó con su marido a Milán, se hizo socia de la Librería de mujeres y miembra de la Comunidad de práctica y reflexión pedagógica y de investigación histórica. En el trabajo ha intentado conjugar y transmitir varias pasiones: por la historia, por la libertad femenina, por los viajes de exploración y la curiosidad por los cambios. En 2006 inició con Marina Santini, Luciana Tavernini y, luego, otras, la aventura de la "Historia viviente" propuesta por Marirì Martinengo. Es presidenta del Circolo della rosa de Milán desde 2001 . Participa en la redacción de la página web de la Librería delle donne di Milano y en el movimiento de las Città Vicine. Durante muchos años ha colaborado con la revista "Via Dogana". Ha escrito numerosos textos, artículos y ensayos, entre ellos: La forza e le parole per nominare l'accaduto, en Sapere di sapere, al cuidado de Anna Maria Piussi y Letizia Bianchi (Turín, Rosengerg & Sellier, 1995; Saber que se sabe. Las mujeres en la educación, Barcelona, Icaria, 1996); Eufrosinija la pura, en VV. AA., Libere di esistere (Turín, SEI, 1996; Libres para ser (Madrid, Narcea, 2000); "La historia rechazada, historia como vida significante" DUODA 40 (2011). Ha cuidado, con Serena Fuart, Così via in un circolo di potenza illimitata, primer cuaderno del Circolo della rosa (suplemento al núm. 84/2008 de "Via Dogana"); ha escrito algunos artículos para Via Dogana como relatos de viaje: "Dalla Russia con candore" (núm. 46-47/1999), "Corridoio cinque" (núm. 73/2005, "Ritorno nel mondo excomunista" (núm. 91/2009), "Transiberiana. Vite di donne e uomini in rivolta" (núm. 107/2013).


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Luciana Tavernini

Nacida en el Trentino, conoce la aspereza y los silencios elocuentes de la montaña. Está comprometida con su marido en la construcción de un nuevo modo de estar en pareja, con el deseo de ser un punto de referencia para sus hijos vagabundos. Participa desde principios de los años ochenta en la pedagogía de la diferencia y en la Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica. Le ha gustado tanto dar clase que lo sigue haciendo como voluntaria en una escuela de italiano para mujeres extranjeras, y ayuda a las jóvenes a descubrir las potencialidades de la escritura. El 1990 compiló con otras y otros una antología para la enseñanza secundaria en la editorial Bruno Mondadori. Practica una crítica literaria y cinematográfica relacional, le gusta cantar, escribe poesías y participa en el proyecto de una radio por internet, www.donnediparola.eu. Con Marina Santini se cuida de la programación de las iniciativas del Circolo della rosa de Milán. Ha escrito "Rosvitha de Gandersheim" en VV. AA:, Libres para ser (Madrid, Narcea, 2000). Se ha ocupado de Cristina Belgioioso (Bellinzona, 2007), de historia del feminismo y de didáctica. Escribe en algunas revistas (Via Dogana, DUODA, Leggendaria, Leggere Donna). En Internet tiene algunos hipertextos y muchas de sus intervenciones, también de la historia viviente. Con Marina Santini se ha cuidado de la publicación de Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua (Padua, Il Poligrafo, 2015).


[ocultar] Marina Santini (Español)

Marina Santini

Nacida en Milán, hace acopio de energía cuando saca adelante proyectos de estudio y de trabajo con las amigas. Le gusta la música, el teatro, la fotografía, y comparte con su compañero el placer y el compromiso de dar clase, el amor a la historia, los viajes lentos, la buena mesa. Después de haber sido responsable del Centro de Documentación del Corriere della sera, escogió la enseñanza para poder transmitir sus pasiones a alumnas y alumnos. A veces lo consigue. El interés por la política la acercó a la Librería de mujeres de Milán, donde sigue la redacción de Via Dogana y, con Luciana Tavernini, se cuida de la programación del Circolo della rosa. Ha compilado Cambia il mondo cambia la storia. La differenza sessuale nella ricerca storica e nell'insegnamento (Actas del congreso del 29 septiembre 2001, suplemento al núm. 60/2002 de Via Dogana). Ha escrito sobre Marina del Goleto: "Marina, signora del luogo", en VV. AA., Libres para ser (Madrid, Narcea, 2000) y "L'abazia del Goleto" (Quaderni del filo di perle, 2007); con Claudia Poggi ha escrito Herralda de Hohenburg, una artista magistral (Libres para ser) y en Donne e Bibblia nel Medioevo (Trapani, Il Pozzo di Giacobe, 2001). Con Luciana Tavernini se ha ocupado de Cristina di Belgioioso (Bellinzona, 2007) y, con Gemma De Magistris, de Antonia Pozzi (Milán, Viennepierre, 2009). Artículos y recensiones suyas han salido en diversas revistas y páginas web. Es una de las autoras de la exposición sobre los últimos cuarenta años de feminismo en Milán Noi utopia delle donne di ieri, memoria delle donne di domani. Con Luciana Tavernini se ha cuidado de la publicación de Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua (Padua, Il Poligrafo, 2015).


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Tiziana Plebani

Forma parte de la Società Italiana delle Storiche (SIS) y, después de quince años de dirigir la Conservación y Restauración, desde 2009 es responsable de la oficina Histórico-Didáctica de la Biblioteca Nazionale Marciana donde, además de seminarios con los institutos de bachillerato y las universidades, organiza ciclos de lecturas y presentaciones de fuentes históricas (las antiguas crónicas venecianas, los diarios de Marin Sanudo, Il Milione de Marco Polo, amuletos árabes y silabarios hebreos, etc), conferencias, presentaciones de libros. Además ha ideado la nueva web de la Marciana, en la que escribe textos breves de presentación de libros antiguos en la sección I libri raccontano. Escribe en la red textos que interesen sobre todo a lectoras y lectores jóvenes. Es doctora en historia y obtuvo en 2011 la habilitación científica nacional para la enseñanza universitaria de Historia Moderna. Forma parte del Centro interuniversitario di Storia Culturale. Se ocupa de la historia del libro, de prácticas de lectura y escritura, de sociabilidad urbana y transformación de los sentimientos. Ha dado clases en la Università Ca'Foscari. La escritura histórica es parte integrante de su vida cotidiana. Es reconocida en el mundo de los estudios académicos, a pesar de no tener un puesto universitario estable, y es invitada a congresos también en el extranjero. Ha escrito L'Almanacco delle donne (Venecia, Ippocampo, 1991); Il "genere" dei libri (Milán, Franco Angeli, 2001); Venecia 1469. La legge e la stampa (Venecia, Marsilio, 2004); Storia di Venecia città delle donne (Venecia, Marsilio, 2008), libro que ideó y coordinó y que ahora tiene un sitio en la historia de Venecia; Un secolo di sentimenti (Venecia, Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, 2012 – Premio Gambrinus Mazzotti, Premio Antico Pignolo); Un posto dove stare (Venecia, Toletta editrice, 2014), novela que habla de la belleza y de su poder de sanar, de indicar una vida distinta y una ciudad mejor, sobre el trasfondo de una Venecia en transformación. Es coeditora de los libros: La scoperta dell'infanzia. Cura, educazione e rappresentazione Venecia 1750-1930, Venecia, Marsilio, 1999; Corpi e storia. Donne e uomini dal mondo antico all'età contemporanea, Roma, Viella, 2002; Le Donne nella storia del Veneto: libertà, diritti, emancipazione sec XVIII-XIX, Regione del Veneto 2006; Spazi, poteri, diritti delle donne a Venecia in età moderna, Verona, Quiedit, 2012; se ha cuidado de Aspettando l'Unità 1850-1866. Venecia verso l'unificazione, Turín, UTET, 2011. Ha publicado muchísimos artículos sobre diversos temas de investigación. En la actualidad, en la Biblioteca Marciana está trabajando sobre los libros de bordado del siglo XVI, sobre los que ha publicado ya dos ensayos, mientras que para la Biblioteca se está ocupando de la edición del testamento de Marco Polo con una serie de ensayos.


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