La differenza di essere donna

Ricerca e insegnamento della storia

Zona: Temi

La vita e la non vita: peste e morìe, María-Milagros Rivera Garretas.
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  • Memorie. Leonor López de Córdoba.

MemorieflechaLeonor López de Córdoba.

Brano
Fonti

A. Cordova. Archivio Municipale. Perg. s. XV. (Perduto).

B. Cordova. Archivio della Casa del Bailío. Carta (Perduto).

C. Cordova. Archivio Municipal. Carta (Perduto).

D. Cordova. Archivio Storico di Viana, leg. 157, exp. 7. Carta, 5 fols. Copia del 1733 (Di C).

E. Madrid. Real Academia de la Historia, sig. 9-5445, fols. 363r-373v. Carta. Prima del 1760 (Di A).

F. Madrid. Real Academia de la Historia, sig. 9-5747, fols. 66r-81v. Carta. Seconda metà del secolo XVIII. (Di A, copiando E).

G. Siviglia. Institución Colombina, ms. 59-5-31 (ant. 63-9-73), fols. 195r-203r. Carta. Copia del 1778 (Di un ufficio dello scrivano di Cordova Francisco de León).

H. Cordova. Biblioteca Pubblica Provinciale, ms. 107 (1). Carta. Secolo XIX. (Di E e F).

Trascrivo da E, completando con G.

Edizioni

José María Montoto, Reflexiones sobre un documento antiguo , “El Ateneo de Sevilla”, 16 (15 luglio 1875), 209-214.

Marqués de la Fuensanta del Valle, Colección de documentos inéditos para la historia de España , Madrid, Impremta de Miguel Ginesta, 1883, 33-44.

Teodomiro y Rafael Ramírez de Arellano, Colección de documentos inéditos, raros y curiosos para la historia de Córdoba , 2 tomi in 1, Cordova, 1885, 150-164.

Adolfo de Castro, Memorias de una dama del siglo XIV y XV (de 1363 a 1412), doña Leonor López de Córdoba , “La España Moderna”, 14-163 (luglio 1902), 120-146.

Reynaldo Ayerbe-Chaux, Las Memorias de doña Leonor López de Córdoba , “Journal of Hispanic Philology”, 2 (1977), 11-33 (di G).

Leonor López de Còrdoba, Memorie , testo, introd., note e trad. italiana a cura di Lia Vozzo Mendia, Parma, Pratiche Editrice, 1992, 44-67 (di G)

Ramón Menéndez Pidal, Crestomatía del español medieval , II, Madrid, Gredos, 1966, 522-525 (brani delle eds.).

Carmen Juan Llovera, Doña Leonor López de Córdoba (1362-1430). Relato autobiográfico de una mujer cordobesa escrito hacia 1400 , “Boletín de la Real Academia de Córdoba”, 117, (1989), 257-270 (frani).

Versione in lingua spagnola attuale
María-Milagros Rivera Garretas, “Egregias señoras. Nobles y burguesas que escriben”, in Anna Caballé, ed., La vida escrita por las mujeres, 1: Por mi alma os digo. De la Edad Media a la Ilustración , Barcellona, Círculo de Lectores, 2003, 33-41. (Di E, completata con G).
Traduzioni
Traduzioni: (in inglese) Amy K. Kamisky [Kaminsky, Amy K.] y Elaine D. Johnson, “To Restore Honor and Fortune: the Autobiography of Leonor López de Córdoba”, in Domna C. Stanton, ed., The Female Autograph , New York, New York Literary Forum, 1984, 70-80; Kathleen Lacey [Lacey, Kathleen], “The Memorias of Doña Leonor López de Córdoba”, in Elizabeth A. Petroff, Medieval Women’s Visionary Literature , New York, Oxford University Press, 1986, 329-334. In italiano, Lia Vozzo Mendia in Leonor López de Córdoba, Memorie , 43-67.
Regesto
Leonor López de Córdoba, che tra il 1404 e il 1412 sarà favorita della regina reggente di Castiglia, narra nelle sue Memorie –la prima autobiografia conosciuta in lingua spagnola- l’epidemia di peste che colpì la città di Cordova da marzo a giugno del 1400, le misure da lei prese per sottrarsi al contagio e la morte del figlio maggiore Juan Fernández de Hinestrosa, di dodici anni.
Traduzione

29. In questo tempo, arrivò una epidemia molto crudele di peste. E la mia signora non voleva andar via dalla città; e io le chiesi di lasciarmi fuggire con i miei figlioletti, che non mi morissero. E non le piacque, ma mi diede il permesso. E io partii da Cordova, me ne andai, con i miei figli, a Santaella. E l’orfano che avevo cresciuto viveva a Santaella; e presi alloggio a casa sua. E tutti gli abitanti del borgo si rallegrarono molto del mio arrivo e mi ricevettero con molti festeggiamenti, perché erano stati al servizio del mio signor padre: e perciò mi diedero la casa migliore che c’era nel posto, che era quella di Fernando Alonso Mediabarba.

30. E, senza che sospettassimo nulla, entrò la mia signora zia con le sue figlie. Io mi ritirai in un piccolo locale; e le sue figlie, mie cugine, non stavano mai bene con me perché la loro madre mi trattava così bene. E a partire da allora ho passato talmente tante amarezze da non poterle scrivere.

31. E lì arrivò la peste. E, pertanto, la mia signora partì con la sua gente per Aguilar; e mi portò con sé, anche se era troppo per le sue figlie, perché la loro madre mi voleva molto bene e mi teneva in gran conto. E io avevo mandato a Ecija quell’orfano che avevo cresciuto. La notte che arrivammo a Aguilar, venne da Ecija il ragazzo con due gonfiori alla gola e tre carbonchi sul volto, con febbre molto alta. E c’era lì don Alfonso Fernández, mio cugino, con la moglie e tutta la sua casa. E, benché tutte loro fossero mie nipoti e mie amiche, vennero da me appena seppero che il mio servo era conciato in quel modo. Mi dissero: Il vostro servo Alonso viene con la peste e, se don Alfonso Fernández lo vede, si meraviglierà molto, che abbia una tale malattia.

32. E il dolore che ne venne al mio cuore, lo potete ben capire voi che leggete questa storia; e quanto io mi sentissi umiliata e amareggiata. E, rendendomi conto che a causa mia era entrata in quella casa una malattia così grave, mandai a chiamare un servo del signor maestre , mio padre, che si chiamava Miguel de Santaella, e lo pregai di portarsi il ragazzo a casa sua. E lo sventurato ebbe paura e disse: Signora, come posso portarmelo con la peste, per farmi ammazzare? E io gli dissi: Figlio, Dio non voglia. E lui, vergognandosi di me, se lo portò via. E, per i miei peccati, le tredici persone che lo vegliarono di notte morirono tutte.

33. E io facevo un’orazione che avevo udito fare da una monaca davanti a un crocifisso; pare che lei fosse molto devota a Gesù Cristo. E si dice che, dopo il mattutino, lei andasse davanti a un crocifisso e pregasse in ginocchio settemila volte: Pietoso figlio della Vergine, ti vinca la pietà. E che, una notte, essendo la monaca lì vicino, da dove stava udì il crocifisso che le rispondeva dicendo: Pietoso mi chiamaste, pietoso ti sarò.

34. E io, che avevo molta devozione per queste parole, pregavo questa orazione tutte le sere pregando Dio che volesse liberare me e i miei figli; o che, se dovesse prendersene qualcuno, si prendesse il maggiore perché era molto malaticcio. E Dio volle che, una notte, non trovavo chi vegliasse quel ragazzo malato perché erano morti tutti quelli che fino ad allora lo avevano vegliato. E venne da me questo figlio mio, chiamato Juan Fernández de Hinestrosa come suo nonno, che aveva dodici anni e quattro mesi, e mi disse: Signora, non c’è chi vegli Alonso questa notte. E gli dissi: Vegliatelo voi, per amor di Dio. E mi rispose: Signora, adesso che gli altri sono morti, volete che uccida me? E io gli dissi: Per la carità che io faccio, Dio avrà pietà di me. E mio figlio, per non disubbidire al mio ordine, andò a vegliarlo; e, per i miei peccati, quella notte prese la peste, e un altro giorno lo seppellii. E il malato poi visse, essendo morti tutti quello che ho detto.

35. E donna Teresa, moglie di don Alfonso Fernández, mio cugino, si irritò moltissimo perché mio figlio moriva in tale circostanza a casa sua; e, con la morte in bocca, ordinava che lo mettessero fuori. E io ero così trafitta di dolore che non potevo parlare dell’umiliazione che mi facevano quei signori. E il mio povero figlio diceva: Dite alla mia signora donna Teresa che non mi mandi via, che fra poco la mia anima salirà al cielo. E quella notte morì. E fu sepolto in Santa Maria dell’Incoronata, che si trova fuori del borgo, perché donna Teresa mi teneva rancore, e io non sapevo perché, e comandò che non lo seppellissero all’interno del borgo.

36. E così, quando lo portarono a seppellire, andai io con lui. E, quando andavo per le strade con mio figlio, la gente usciva gridando, impietosita da me. E dicevano: Uscite, signori, e vedrete la più sventurata, abbandonata e più maledetta donna del mondo, con grida che trafiggevano i cieli. E dato che quelli del posto erano tutti famigli e creature del mio signor padre, anche se sapevano che dispiaceva ai loro signori fecero un grande pianto con me, come se fossi la loro signora.

37. Quella sera, quando tornai dopo aver seppellito mio figlio, subito mi dissero di ritornare a Cordova. Io andai dalla mia signora zia per vedere se era lei a ordinarmelo. Lei mi disse: Signora nipote, non posso evitare di fare quello che ho promesso a mia nuora e alle mie figlie, perché si sono messe tutte d’accordo; e mi hanno tanto afflitto con la richiesta che vi allontani da me, che gliel’ho concesso; e non so in che cosa abbiate disgustato mia nuora donna Teresa, che ha una così cattiva opinione di voi. E io le ho detto, con molte lacrime: Signora, Dio non mi salvi se l’ho meritato. E così me ne venni a Cordova, a casa mia.

Trascrizione

29. En este tiempo, vino una pestilencia mui cruel. Y mi señora no quería salir de la ciudad; e yo demandele merced fuir con mis hijuelos, que no se me muriesen. Y a ella no le plugo, mas diome licencia. Y yo partime de Córdova y fuime a Santaella con mis hijos. Y el huérfano que yo crié vivía en Santaella; y aposenteme en su casa. Y todos los vecinos de la villa se holgaron mucho de mi ida y recibiéronme con mucho agasajo porque habían sido criados de el señor mi padre; y, assí, me dieron la mejor casa que había en el lugar, que era la de Fernando Alonso Mediabarba.

30. Y, estando sin sospecha, entró mi señora tía con sus hijas. E yo aparteme a una quadra pequeña. Y sus hijas, mis primas, nunca //371 estaban bien conmigo por el bien que me hazía su madre. Y dende allí pasé tantas amarguras que no se podían escribir.

31. Y vino allí pestilencia. E assí se partió mi señora con su gente para Aguilar; y llebome consigo, aunque asaz [para sus hijas porque] su madre me quería mucho y hazía grande cuenta de mí. E yo había embiado aquel huérfano que crié a Ézija. La noche que llegamos a Aguilar, entró de Ézija el mozo con dos landres en la garganta y tres carboncos en el rostro, con mui grande calentura. Y que estava allí don Alfonso Fernández, mi primo, e su muger e toda su casa. Y, aunque todas ellas eran mis sobrinas y mis amigas, vinieron a mí, en sabiendo que mi criado venía assí. Dixéronme: Vuestro criado Alonso viene con pestilencia y, si don Alfonso Fernández lo ve, hará maravillas, estando con tal enfermedad.

32. Y el dolor que a mi corazón llegó, bien lo podéis entender quien esta historia oiere; y que yo venía corrida y // amarga. Y, en pensar que por mí había entrado tan gran dolencia en aquella casa, hize llamar un criado de el señor mi padre el maestre, que se llamaba Miguel de Santaella, e roguele que llevase aquel mozo a su casa. Y el cuitado hubo miedo y dixo: Señora ¿cómo lo llebaré con pestilencia que me mate? Y díxele: Hijo, no quiera Dios. Y él, con vergüenza de mí, llebolo. Y, por mis pecados, treze personas que de noche lo velavan, todos murieron.

33. E yo facía una oración que había oído que hazía una monja ante un cruzifijo; parece que ella era mui devota de Jesuchristo. Et dis que, después que había oído maitines, veníase ante un cruzifijo y rezaba derrodillas siete mil veces: Piadoso fijo de la Virgen, vénzate piedad. Y que una noche, estando la monja cerca, donde ella estaba que oyó cómo le respondió el cruzifixo e dixo: Piadoso me llamaste, piadoso te seré.

34. E yo, habiendo grande devoción con estas palabras, rezaba cada noche esta oración rogando a Dios me quisiese //372 librar a mí y a mis fijos; o, si alguno hobiese de llevar, llevase el mayor porque era mui doliente. E plogo a Dios que una noche no fallaba quien velase aquel mozo doliente porque habían muerto todos los que hasta entonces le habían velado. E vino a mí aquel mi fijo, que le decían Juan Fernández de Henestrosa como su abuelo, que era de edad de doze años y quatro meses, y díxome: Señora, no hay quien vele a Alonso esta noche. E dígele: Veladlo vos, por amor de Dios. Y respondiome: Señora, agora que han muerto otros ¿queréis que me mate a mí? E yo dígele: Por la charidad que yo lo hago, Dios habrá piedad de mí. Y mi hijo, por no salir de mi mandato, lo fue a velar; e, por mis pecados, aquella noche le dio la pestilencia, y otro día le enterré. Y el enfermo vivió después, habiendo muerto todos los dichos.

35. E doña Theresa, muger de don Alfonso Fernández, mi primo, hubo mui gran enojo porque moría mi hijo por tal ocación en su casa; y, la muerte en la voca, lo mandava sa-//car de ella. E yo estaba tan traspasada de pesar que no podía hablar de el corrimiento que aquellos señores me hazían. Y el triste de mi fijo decía: Decid a mi señora doña Theresa que no me haga echar, que agora saldrá mi ánima para el cielo. Y esa noche falleció. Y se enterró en Santa María la Coronada, [que es] fuera de la villa, [porque doña Theresa me tenía mala intención, y no sabía por qué, y mandó que no lo soterrasen dentro de la villa].

36. Y assí, quando lo llebaban a enterrar, fui yo con él. Y quando iba por las calles con mi hijo, las gentes salían dando alaridos, amancilladas de mí. Y decían: Salid, señores, y veréis la más desventurada, desamparada e más maldita muger de el mundo, con los gritos que los cielos traspasaban. E como los de aquel lugar, todos eran crianza y hechura de el señor mi padre, aunque sabían que les pesaba a sus señores, hizieron grande llanto conmigo, como si fuera su señora.

37. Esta noche, como vine de soterrar a mi hijo, luego me digeron que me viniese a Córdova. Y yo llegué a mi señora tía, por ver si me lo mandaba ella. Ella me //373 dixo: Sobrina señora, no puedo dexar de hazer lo que a mi nuera y a mis fijas he prometido, porque son hechas en uno; y en tanto me han aflixido [que os] parta de mí que se lo hobe otorgado, y es lo no sé qué enojo hecistes a mi nuera doña Theresa que tan mala intención hos tiene. E yo le dige con muchas lágrimas: Señora, Dios no me salve si merecí por qué. Y assí víneme a mis casas a Córdova.

Temi: La vita e la non vita: peste e morìe

Autrici

María-Milagros Rivera Garretas
María-Milagros Rivera Garretas

María-Milagros Rivera Garretas è nata a Bilbao nel 1947, sotto il segno del Sagittario. Ha una figlia nata a Barcellona nel 1975. È cattedratica di Storia Medievale all’Università di Barcellona, dove ha fondato con altre la rivista e il Centro di ricerca e studi delle donne Duoda, da lei diretti dal 1991 al 2001. Ha anche contribuito a fondare, nel 1991, la Llibreria Pròleg, la libreria delle donne di Barcellona, e nel 2002 la Fondazione Entredós di Madrid.

Ha scritto: El priorato, la encomienda y la villa de Uclés en la Edad Media (1174-1310). Formación de un señorío de la Orden de Santiago (Madrid, CSIC, 1985); Textos y espacios de mujeres. Europa, siglos IV-XV (Barcellona, Icaria, 1990 e 1995; trad. tedesca, di Barbara Hinger, Orte und Worte von Fragüen, Vienna, Milena, 1994 e Monaco, Deutscher Taschenbuch Verlag, 1997); Nombrar el mundo en femenino. Pensamiento de las mujeres y teoría feminista (Barcellona, Icaria, 2003, 3ª ed.; trad. italiana di Emma Scaramuzza, Nominare il mondo al femminile, Roma, Editori Riuniti, 1998); El cuerpo indispensable. Significados del cuerpo de mujer (Madrid, horas y HORAS, 1996 e 2001); El fraude de la igualdad (Barcellona, Planeta, 1997 e Buenos Aires, Librería de Mujeres, 2002); e Mujeres en relación. Feminismo 1970-2000 (Barcellona, Icaria, 2001).

Introduzione

La popolazione europea ha sofferto di epidemie di peste dalle origini fino alla scoperta degli antibiotici sintetici a metà del XX secolo. Nelle città se ne soffriva di più, per la maggior rapidità del contagio dovuta all’insalubrità dell’acqua e dell’aria e alla concentrazione umana. Per difendersi, quelli che potevano fuggivano in luoghi alti e sani di campagna. L’epidemia più mortifera fu la Peste Nera del 1348. Fu chiamata così perché la malattia produceva macchie nere sulla pelle, chiamate carbonchi, che sono versamenti sottocutanei di sangue che potevano essere molto grandi; uscivano anche gonfiori chiamati bubboni o tumori ghiandolari, da cui deriva l’altro suo nome di peste bubbonica.

Un ricordo letterario della Peste Nera si conserva nella prima giornata del Decamerone di Giovanni Boccaccio: Boccaccio vi racconta che questo libro - che, in realtà, è un’allegoria politica molto intelligente e complicata - è formato dai racconti inventati durante dieci giorni come intrattenimento aspettando che passasse l’epidemia, da un gruppo di giovani donne e uomini fuggiti da Firenze quando vi era arrivato il contagio della Peste Nera.

Le epidemie di peste erano trasmesse dai topi che arrivavano con le navi mercantili, dai tessuti, dal contatto con persone malate... La morte era rapida. Ma non tutta la gente esposta moriva: alcune e alcuni guarivano e, inoltre, c’erano donne e uomini immuni alla malattia.

Al suo passaggio, la peste lasciava dietro di sé popolazioni a volte decimate, famiglie sconvolte, creature senza madre, campi abbandonati, rapporti di produzione più difficili... Nella seconda metà del XIV secolo, le epidemie di peste furono particolarmente frequenti in Europa. In conseguenza di ciò, cambiò il senso del tempo della vita e il rapporto con la morte.

Il racconto delle Memorie di Leonor López de Córdoba

La storiografia corrente ha studiato, a volte con grande erudizione e abilità, le trasformazioni socioeconomiche provocate in Europa dalle epidemie di peste, specialmente quelle dei secoli XIV, XV e XVI. Sono stati analizzati i cambiamenti nella struttura della popolazione, nel dissodare le terre, nell’allevamento del bestiame, nei rapporti di produzione, nelle lotte sociali, nelle rendite feudali, nelle oscillazioni dei prezzi e dei salari, nelle conoscenze mediche, nel rapporto con il proprio corpo e con i corpi altrui... cioè, nell’esperienza storica che può stare nel paradigma del sociale.

La straordinaria fonte storica che è il racconto delle Memorie di Leonor López de Córdoba –una donna che visse direttamente almeno due di tali epidemie e vi sopravvisse senza esserne contagiata- non offre, tuttavia, quasi nessun dato di carattere tipicamente socioeconomico. Offre, invece, molti ottimi dati e valutazioni di un altro ordine di cose e di rapporti. Un altro ordine di cose e di rapporti che alcune donne abbiamo chiamato pratiche di creazione e ri-creazione della vita e della convivenza umana. Un ordine di cose e di rapporti che, insieme alle parole per dirlo, configura l’ordine simbolico della madre.

Le pratiche di creazione e ri-creazione della vita e della convivenza umana consistono nell’opera materna (corpi e relazioni: corpi umani, cioè, che hanno imparato dalla madre la lingua, ossia il simbolico, la coincidenza tra le parole e le cose) e in tutte le attività legate a: a) la cultura della nascita; b) la cura degli esseri umani non autonomi del gruppo; c) la preparazione e distribuzione del cibo: d) la socializzazione delle creature: e) le pratiche e abitudini igieniche; f) il riposo e l’alloggio; g) le tecniche connesse a tutti questi compiti. La dimensione divina di queste pratiche fu genialmente percepita da Simone Weil in un testo del 1943 intitolato Le esigenze dell’anima (in Simone Weil, La prima radice, trad. di Franco Fortini, Milano, Edizioni di Comunità, 1954).

Riconoscere e nominare le pratiche di creazione e ri-creazione della vita e della convivenza umana nel mondo di oggi e nella storia, porta alla luce un grande ambito del reale: l’opera prima della civiltà, un’opera storicamente più femminile che maschile.

La differenza di essere donna

Tra i dati e le valutazioni storiche offerti da Leonor López de Córdoba nei brani citati delle sue Memorie, ne segnalo due. In primo luogo, l’importanza che aveva per lei la pratica della relazione o il contesto relazionale in cui la sua vita si muoveva: i rapporti con i figli e la figlia, con la zia, con le cugine, con il ragazzo ebreo - battezzato Alonso - che lei aveva adottato da bambino quando il quartiere ebraico di Cordova fu brutalmente assalito dai cristiani nel 1392, con gli ex seguaci di suo padre, il maestre di Calatrava e Alcántara Martín López de Córdoba... Questi rapporti non ricevono senso dalla ricchezza o dal denaro ma da ciò che danno alla vita e alla convivenza: perciò li chiamiamo relazioni di autorità, che è diversa dal potere.

In secondo luogo, segnalo la sua audacia nel decidere sulla vita o la non vita. Mi riferisco al processo che porta alla morte del figlio Juan, il quale, come scrive Leonor, “era molto malaticcio”. Davanti alla necessità di vegliare l’ebreo converso Alonso -che è colui che ha portato la peste a Aguilar ma non deve perdere il legame con le e i vivi perché questo legame può scacciare la morte-, Leonor, autrice di vita, amministra con una libertà che fa tremare, la vita di quelli che dipendono da lei: libertà che chiamiamo, con altre, libertà femminile, perché è libertà relazionale. La capacità di essere due con cui nasce una donna, implica che deve prendere decisioni fondamentali sulla vita e la non vita: per esempio, quando liberamente abortisce o esclude dalla sua esperienza la gravidanza e la maternità. Dico vita e non vita, e non vita e morte, perché sto parlando di qualcosa di molto diverso da ciò che hanno storicamente fatto più gli uomini che le donne nelle guerre e negli omicidi. Sto parlando della decisione di dare o non dare alla luce, o di curare o no la prosecuzione di una vita, che è una decisione fondamentale e terribile che, storicamente, è stata ed è una decisione più di donne che di uomini. Una decisione che si situa in un ambito che è oltre la legge, non contro la legge.

Raccontando nelle sue Memorie ciò che le succede, Leonor López de Córdoba ha fatto simbolico. Questo vuol dire che ha messo liberamente in parole quello che le succedeva, cogliendo nelle sue sfumature, con cura, amore della verità e fedeltà a sé, il senso degli avvenimenti da lei vissuti.

Di tutto ciò non parla nessun libro di storia corrente sulle epidemie di peste, nemmeno i libri che seguono il paradigma del sociale con la sua aspirazione a scrivere una storia totale. Non lo fanno non perché gli storici sociali dimentichino che nella storia ci sono donne e bambine, né necessariamente perché siano misogini -come dicevamo da femministe negli anni settanta e ottanta del XX secolo-, ma perché il paradigma del sociale resta stretto per l’esperienza umana femminile.

Indicazioni didattiche

È utile confrontare e verificare in classe il testo proposto di Leonor López de Córdoba con l’inizio della Prima giornata del Decamerone de Giovanni Boccaccio Boccaccio:

Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre a ogn’altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale, per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’inumerabile quantità de’ viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata. E in quella non valendo alcuno senno né umano provedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da oficiali sopra ciò ordinati e vietato l’entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazion della sanità, né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate, in altre guise a Dio fatte dalle divote persone, quasi nel principio della primavera dell’anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare. E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso era manifesto segno di inevitabile morte: ma nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi e alle femine parimente o nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo, e alcune più e alcun’ altre meno, le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse. E come il gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno. A cura delle quali infermità né consiglio di medico né virtù di medicina alcuna pareva che valesse o facesse profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse o che la ignoranza de’ medicanti (de’ quali, oltre al numero degli scienziati, così di femine come d’uomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse e per consequente debito argomento non vi prendesse, non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra ’l terzo giorno dalla apparizione de’ sopra detti segni, chi più tosto e chi meno e i più senza alcuna febbre o altro accidente, morivano.

Boccaccio redige una descrizione oggettiva dei fatti e una critica della professionalizzazione della medicina nel XIV secolo, professionalizzazione che è passata attraverso la sua progressiva mascolinizzazione, dotazione di istanze di potere e significabilità in denaro; la sua voce è, pertanto, un buon esempio di storia sociale. Il testo di Leonor è un esempio di storia in prima persona, a partire da sé; una storia in cui la cosa più significativa è il contesto relazionale in cui vivono lei e coloro che la circondano; la sua voce è, pertanto, nell’ordine simbolico della madre.

Bibliografia: La vita e la non vita: peste e morìe
Sulla Peste Nera
  • BLANCO, Ángel, La Peste negra. Madrid, Anaya, 1990. La Peste negra, videocassetta [VHS], 25 min., Madrid, S.A. de Promociones y Ediciones, 1997.
  • "La Peste nera: dati di una realtà ed elementi di una interpretazione". Atti del XXX Convegno storico internazionale, Spoleto, Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, 1994.
Sulle pratiche di creazione e ri-creazione della vita e della convivenza umana
  • BERTRAN TARRÉS, Maria; CABALLERO NAVAS, Carmen; CABRÉ I PAIRET, Montserrat; RIVERA GARRETAS, María-Milagros y VARGAS MARTÍNEZ, Ana, De dos en dos. Las prácticas de creación y recreación de la vida y la convivencia humana. Madrid, horas y HORAS, 2000.
Sull’ordine simbolico della madre
  • MURARO, Luisa, L’ordine simbolico della madre, Roma, Editori Riuniti, 1991.
  • DIÓTIMA, Il cielo stellato dentro di noi. L’ordine simbolico della madre, Milano, La Tartaruga, 1992.
  • WEIL, Simone, La prima radice. Trad. di Franco Fortini, Milano, Edizioni di Comunità, 1954.
Sul concetto di "autorità"
  • CIGARINI, Lia, La politica del desiderio, Milano, Pratiche, 1995.
  • RIVERA GARRETAS, María-Milagros, Mujeres en relación. Feminismo 1970-2000. Barcellona, Icaria, 2001.
Sul concetto di "libertà femminile"
  • RIVERA GARRETAS, María-Milagros, "La vida de las mujeres: entre la historia social y la historia humana", in Medievalisme. Noves perspectives. Lleida, Pagès, 2003, 109-120.

    Note al testo

    1. Giovanni Boccaccio, Decamerone, Prima Giornata, Introduzione.

    2. Giovanni Boccaccio, Decamerone, Prima Giornata, Introduzione.

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