Accesso aperto: atteggiamenti, percezioni e comportamenti

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Ángel Borrego
Dipartimento di Biblioteconomia e Documentazione
Università di Barcellona
 

Fry, J.; Probets, S.; Creaser, C.; Greenwood, H.; Spezi, V.; White, S. PEER Behavioural Research: Authors and Users vis-à-vis Journals and Repositories. Final Report. August 2011.  http://www.peerproject.eu/fileadmin/media/reports/PEER_D4_final_report_29SEPT11.pdf. [Consulta: 13/02/2012]


Il progetto PEER (Publishing and the Ecology of European Research) indaga i possibili effetti su larga scala dell'auto-archiviazione, da parte dei ricercatori, dei risultati delle proprie indagini; il cosiddetto "percorso verde" dell'accesso aperto. E cioé: quali conseguenze avrebbe l'adozione diffusa dell'auto-archiviazione sull'accesso alle informazioni da parte degli utenti, la visibilità degli autori e, soprattutto, la vitalità delle riviste scientifiche?

Nell'ambito di questo progetto si son sviluppati diversi studi, tra cui uno condotto da ricercatori della Loughborough University che ha esaminato le percezioni, le motivazioni ed il comportamento di autori e lettori. Qual è il loro livello di consapevolezza rispetto le iniziative di accesso aperto e quali sono i fattori motivanti, e quelli disincentivanti, che ne' influenzano l'adozione?

Il lavoro si è sviluppato in due fasi. Nella prima, si son raccolte 3139 risposte di ricercatori europei a un questionario distribuito in formato elettronico, seguito da quattro gruppi di discussione su aree tematiche. Nella seconda fase è stato effettuato un altro sondaggio, risposto da 1427 ricercatori, implementando un questionario in sei archivi europei e si è tenuto un workshop di un giorno con i ricercatori di varie discipline.

I risultati della prima indagine hanno mostrato un alto grado di familiarità con il concetto di "open access", identificato come l'accesso libero al testo completo delle pubblicazioni. Tuttavia, le risposte aperte al questionario ed i commenti nei gruppi di discussione, hanno fornito un'immagine meno nitida: alcuni ricercatori hanno confuso qualche archivio (repository) con le piattaforme di editori in libero accesso (come BioMed Central o PLoS), confondendo anche le piattaforme a sottoscrizione, a cui i ricercatori accedevano in modo trasparente grazie alle licenze sottoscritte dalle proprie istituzioni. All'estremo opposto, alcuni ricercatori hanno considerato i portali come PubMed Central, che memorizza i file PDF forniti dagli editori, come database commerciali. Questa confusione rivela che i ricercatori associano i repositories con le versioni in pre-print ed il fatto che un portale come PubMed Central sia alimentato  dalle versioni finali degli articoli, forniti dagli editori, conferisce una maggiore affidabilità agli occhi degli autori.

Sia per i lettori che per gli autori, sono le riviste il principale canale di distribuzione delle informazioni scientifiche. Tuttavia, entrambi i gruppi hanno diverse percezioni ed atteggiamenti e utilizzano gli archivi in modo diverso. Dal punto di vista dei lettori, ci sono due fonti principali per l'identificazione della letteratura bibliografica: le piattaforme di riviste e Google/Google Scholar. Quest'ultima è la principale via di accesso al repository e la metà dei ricercatori che arrivano ad un repository lo fa in questo modo, mentre solo un terzo lo consulta direttamente. In quest'ultimo caso gli archivi tematici vengono consultati più spesso. Per quanto riguarda la fiducia che trasmettono i contenuti archiviati, la maggioranza riconosce far affidamento non tanto sulla versione dell'articolo disponibile nel repository quanto a quella pubblicata dall'editore, in quanto spesso non hanno abbastanza informazioni per sapere se la versione disponibile nel repository ha subito un processo di revisione. Pertanto, durante la composizione di un testo, preferiscono citare la versione di un'opera già pubblicata, prima di quella disponibile in un repository, nonostante si siano serviti proprio di quest'ultima. Sembra pertanto necessario includere negli archivi quei meta dati che informino gli utenti su quale versione stiano consultando.

Anche gli autori preferiscono l'articolo di rivista come principale canale per la diffusione dei propri risultati. In questo senso ci sono pressioni di due tipi che influenzano il loro comportamento: la necessità del "pubblica o muori" per progredire nella propria carriera accademica e, direttamente collegato ad esso, i fattori d'impatto delle riviste a cui inviano i loro articoli. In entrambe le due indagini realizzate è stato chiesto agli autori se avessero mai depositato un qualche articolo in un repository negli ultimi cinque anni. Circa la metà degli intervistati ha risposto di sí, anche se in un terzo dei casi l'archiviazione non è stata fatta da loro stessi, ma solo da un terzo (bibliotecario, co-autore, ecc). Il 28% dei depositi era avvenuto in archivi istituzionali e il 24% in tematici.

La maggior parte dei ricercatori abbraccia i principi dell'accesso aperto, pur non essendo considerata una priorità nel proprio lavoro. Per quanto riguarda le loro preferenze, il 44% preferirebbe depositare la propria produzione in un repository tematico e il 23% in ambienti istituzionali. I tre fattori che maggiormente incoraggiano i ricercatori ad archiviare la propria produzione sono: il fatto di condividere i principi dell'accesso aperto alla conoscenza, l'aumento nella diffusione dei propri risultati ed la disponibilità per quei ricercatori con maggiori restrizioni all'accesso alle informazioni scientifiche. Sembra che la possibilità di pubblicare in una rivista accompagnata dal deposito in accesso aperto sia la più attraente per gli autori, mantenendo così i vantaggi dell'editoria tradizionale associati ad una diffusione maggiore.

Per quanto riguarda le barriere alla diffusione dell'accesso aperto, i partecipanti né hanno identificato di diverse. In primo luogo, lo stesso processo di archiviazione. Anche se è una procedura semplice, molti ricercatori la considerano noiosa, lunga e risulta difficile trovare ragguagli relativi alle restrizioni di copyright, anche se quest'ultimo è un aspetto che non sembra preoccuparli troppo. Un secondo ostacolo è l'ignoranza sul funzionamento del deposito, cosa che a volte provoca la sorpresa degli autori quando vi trovano alcuni lavoro propri, senza saper come ci siano arrivati. In questo senso, gli autori non vogliono che i loro articoli appaiano in archivi accanto ad opere che non abbiano già passato una revisione. Vi è una percezione secondo cui se nel repository si contengono materiali di scarsa qualità, ció possa influire negativamente sull prestigio dell'archivio. Infine, dato che è certo che gli autori vogliono aumentare la propria diffucione, il fatto che molti archivi abbiamo poca visibilità, fa sí che l'interesse in depositare sia scarso.

Sebbene lo studio si concentri sull'archiviazione delle pubblicazioni negli archivi, i gruppi di discussione hanno anche affrontato questioni come la pubblicazione in libero accesso sotto il modello che vede l'autore pagare, "il cammino dorato" dell'open access. Le carenze rilevate sono due: si tratta di riviste giovani, con poca visibilità in termini di fattore d'impatto, ed i prezzi per la pubblicazione son considerati elevati.

Al di là di questa breve sintesi, il rapporto include analisi multiple sulle differenze tra discipline e ci avvicina ai punti di vista dei ricercatori, quali agenti essenziali per qualsiasi tentativo di consolidamento dell'accesso libero alle informazioni scientifiche.