Santa Maria della Grazia, Palermo
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Autoria
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Giuseppe Verde
Nom
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Santa Maria della Grazia, Palermo
Dades cronològiques
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1524
Ordes
Tercià ries franciscanesDe 1525 a 1550
Comunitats relacionades
- Historia Comunitat
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Nel 1506, venuto in possesso per lascito testamentario di alcuni edifici posti in via Divisi, il chierico Giovanni Vincenzo Sottile si impegnava perché vi fosse creato un monastero femminile olivetano, annesso alla limitrofa chiesa di Santa Maria di tutte le Grazie alli divisi, a cui assegnava anche un beneficio. Per queste strutture erano nate controversie con il monastero benedettino di San Martino delle Scale, in quanto nell'atto testamentario, redatto da Nicolò Sottile nella prima metà del '400, era puntualizzato che se la casata si fosse estinta i beni sarebbero dovuti essere concessi a questo monastero. A Nicolò successe Olivo e da questo ai suoi discendenti. Venutone in possesso, quale erede, il chierico Giovanni Vincenzo, dopo averne lasciatone una parte alla figlia Nunzia, impegnò la restante per fondarvi un monastero; costatato ciò, l'Economo del monastero di san Martino reclamò i beni alla Magna Regia Curia asserendone il diritto visto il testamento dell'avo, lo sviluppo degli eventi diede ragione al chierico Vincenzo Sottile (Arena 2003, pp. 110-111).
Il progetto del monastero olivetano voluto dal Sottile non fu attuato; il chierico il 1 marzo 1512 fu eletto primo Beneficiale e Cappellano della chiesa o cappella di Santa Maria della Grazia, che arricchì di molte sacre reliquie: "le Reliquie dell'ossa di S. Gregorio Nazianzeno, del velo di M(aria) V(ergine), del dito di S. Giorgio M(artire), del Presepio di Nostro Signore di S. Silvestro Papa, di S. Domenico Conf(essore) de' S(anti) Antica e Artemia avute in Roma da Pietro Sottile con licenza del Papa della Badessa di S. Maria in Campo Marzio e da altre persone: delle quali ne fu spedita autentica per la Corte Arcivescovile a 17 marzo XII ind. 1514" (Mongitore XVIII, ff. 363-364).
Nell'aprile 1524 il reverendo Gerardo de Caprona, quale prestanome di suor Francesca Leofante del Monastero di Santa Chiara, ottenne in enfiteusi dal Sottile i locali ancora in suo possesso confinanti con la chiesa, per realizzarvi un monastero. Il 3 giugno dello stesso anno, suor Francesca, vi fondava il monastero che avrebbe dovuto seguire la regola benedettina di Monte Oliveto (Manganante, XVII f. 673; Mongitore XVIII, f. 367); la stessa ottenne inoltre, nella bolla di Fondazione, l'autorizzazione insieme a quattro consorelle, di poter prendere la veste degli olivetani di Santa Maria del Bosco a cui sarebbero state soggette (Mongitore XVIII f. 368; Chirco 1996, pp. 243-244).
Per la realizzazione del nuovo complesso monastico erano stati comprati dalla famiglia della Leofante, i duchi della Verdura, anche altre proprietà appartenenti ai Sottile, alcuni edifici che si estendevano fino all'odierna via Maqueda, allora ancora non realizzata.
Il complesso monastico fu ulteriormente arricchito, nel 1526, dalla nobile Elisabetta d'Agostino che decise di impiegare "le sue ricchezze nel dar riparo a quelle Donne uscite dalle sordidezze del peccato" o come riporta il Pirri "In hoc coenobium confluunt, quae è turpitudinis caeno emergunt mulie, mulieres, Repentitas vulgu dicimus" (Mongitore XVIII f. 369; Mongitore 1719, pp. 94-95; Pirri 1733, pp. 308-309).
Francesca Leonfante fu eletta prima badessa in perpetuo, "vivendo in odore di santità", alla sua morte, visto il calo delle conversioni verso questo monastero, alto nei primi anni ma scemato a causa della diminuzione delle rendite che avrebbero fatto vivere in modo dignitoso le sopiti all'interno del monastero questo decadde. Il 2 giugno 1543, le poche monache ancora presenti lasciarono il monastero per trasferirsi in quello dell'Origlione e lasciare il posto alle Reepentite, come si legge nell'atto di permuta redatto dal notaio (Giovanni) Antonio Lo Vecchio il 12 giugno 1543. Da una relazione si riscontra che anche il monastero dell'Origlione risultava a quella data in fase di declino "onde facendosi la visita del Monastero da D. Francesco Valdaura a 17 Maggio 1557 confessò la badessa, che non v’eran nel Monastero, che 25 monache, incluse le monache venute dal Monastero della Grazia. Queste monache della Grazia, qui passate, furono quelle monache in poco numero ch’era restato nel monastero di S. Maria le Grazie, sotto la regola Olivetana, che passarono ad altri Monasteri, lasciando quel luogo per le Ripentite nel 1543, come si scrive nella notizia del Monastero delle Ripentite" (Mongitore XVIII ff. 369-370; Emanuele e Gaetani 1873, p. 284; Sampolo, 1874, p. 306).
Tre i vari benefattori di questa badia erano ricordati, Valenson Porcaro e Bonsignore, e il Senato palermitano, le cui aquile campeggiavano sulle pareti del monastero (Villabianca, XVIII f. 179).
Con il decadere dell'interesse sia economico che religioso verso questa struttura tre nobili: don Girolamo Spatafora, don Giovanni Antonio Tagliavia e Aragona, marchese di Eraclea e conte di Castelvetrano, e il dottor Andrea Ardaino, che si erano impegnati personalmente, ottennero dall'arcivescovo la licenza, di creare una struttura che accogliesse "quelle donne che, pentite della lor libidine, volean ricovero in questo sacro chiostro e perciò fu detto, siccome oggi volgarmente dicesi delle reepentite" (Mongitore, XVIII, f. 369; Sampolo 1874, p. 306). Secondo quanto riportava il Villabianca nel 1543 la fondatrice di questa nuova struttura monastica, fu la matrona Maria Colnago che abbracciò la regola francescana (Villabianca XVIII f. 179). Dal Sampolo si apprende che: "La traviata che desiderava entrarvi doveva essere non maritata, nè maggiore di 25 anni, bella, sana di corpo e sinceramente pentita. Accanto al Monistero era una casa di probazione, ove le donne traviate affermavan pruova del loro ravvedimento innanzi di passare alla vita claustrale" (Sampolo, 1874, p. 307).
La nuova struttura monastica nacque sotto la "protezione" del Senato palermitano e da questi sovvenzionata; nel 1542, nei loro registri al f. 289, era annotato che il viceré don Ferdinando Gonzaga dava licenza al Senato di pagare 40 once al nuovo monastero, delegandoli alla elezione dei Rettori per il loro governo come si riscontra nei registri dal 1543 al 1559 (Mongitore, XVIII ff. 370-372; Sampolo 1874, p. 307).
L'interesse per questo monastero da parte del Senato era evidenziato in diversi atti, in alcuni era intimato ai vicini di non sostare sotto il monastero (f. 255 degli atti del 1543 ed in quelli del 1547 f.76), in un'altro atto redatto nel 1549 al f. 36, era concesso dal Senato, "v'ha banno di xattaba di pietra per le repentite", un carico di pietra, da portarsi in un carro tirato da buoi come elemosina ogni anno il primo maggio. Ancora nel 1553, f. 112, erano elargiti i fondi ottenuti dalle multe per la "bacchetta delle Repentite" o "raxuni di li meretrici", "tassa" dovuta dalle pubbliche cortigiane "onde poter vestire abiti di seta ed di oro al par delle oneste matrone". In altri atti si evincono ancora altre concessioni dello stesso anno, al f. 349, si ritrovava il mandato dei deputati per il "Nostaggio" once 150 da versare per la manutenzione delle fabbriche del monastero. Ancora in un altro di concessione al fine del loro mantenimento lo ottennero nel 1597. Ancora il Senato di Palermo, gli concedeva la quarta parte del dazio sulla neve; questa parte del dazio avrebbe sostituito quella che già ricevevano del "diritto della bacchetta" (Mongitore XVIII f. 371; Palermo, 1858, p. 318; Sampolo, 1874, p. 308).
Spesso i monasteri ricevevano in visita alti prelati e ricche cortigiane, oltre che predicatori; tra i visitatori di questo monastero era ricordato padre Daniello Bartoli; questo nel suo resoconto riportava che il viceré Juan de Vega, venuto a Palermo nel 1647, aveva portato con sé padre Girolamo Domenecchini, della allora nascente Compagnia di Gesù, affidatogli da padre Ignazio di Loyola a cui era da "stretti vincoli d'amore legato". Padre Domenecchini si era prefissato di "raddrizzarle sulla buona via", ed era riuscito a convertirne 27 delle 30 donne pubbliche che vivevano nel monastero: "racchiuse ed in esso serrate più dalla forza che dalla volontà e per ciò vivean da disperate e vicine a fuggirsene dal Monastero. Si eran adoperati a domarle vari rimedi dal Vicario Generale ma invano. Il Domenicchio però con dar loro destramente gli esercizi di S. Ignazio, ne convertì 27 che tutte al gran pianto parean 27 Maddalene. Le confermò con sani consigli, le provvide di vesti e operò che una spesa inutile, che facea la città ogn'anno in giorno solennissimo, ottenne dal vicerè che si applicasse in limosina a riparare quelle dame" (Mongitore XVIII f. 371). Il predicatore dopo aver operato per le loro anime si impegnò anche per il loro sostentamento, ottenendo dal viceré in "limosina a riparare le necessità di quelle misere abbandonate" la somma spesa per il pranzo che ogni anno veniva offerto nella festività del Corpus Domini (Sampolo, 1874, p. 307).
Ancora una sostanziosa donazione il monastero la ottenne nel 1582 per interessamento del viceré Marcantonio Colonna, da re Filippo II di Spagna, che autorizzava il Senato a pagare a queste moniali once 100 annuali dalle casse del fisco, atti riportati nelle lettere reali scritte a Palermo il 29 marzo X ind. 1582 e registrate nel libro "Mercedes signato litt(era) A" f. 147 (Mongitore, XVIII, f. 371).
Altri benefici erano stati istituiti per questo monastero, tra questi quello di don Francesco Poligano che lo dotava di 18 once con l'obbligo di riceverne in cambio la celebrazione sull'altare maggiore della chiesa di due messe al mese, il lunedì e il sabato; questo era stato trascritto nell'atto del notaio Girolamo Capurato redatto il 4 ottobre 1601, eletto ed istituito da don Giuseppe Giangallo il i dicembre 1601, riportato nel libro della Corte Arcivescovile al f. 170. Un altro beneficio fu concesso da Giovanni Battista Mistello che donava 20 once con l'obbligo di 5 messe mensili, istituito da don Giovanni Pietro Carbonetti il 19 maggio 1603 presso la Corte Arcivescovile al f. 679 (Mongitore XVIII f. 381r).
Le Reepentite "menavano una vita di penitenza secondo le regole di S. Francesco e governavansi con norme proprie. Finchè tennero l'indole laicale, furono sotto la giurisdizione del Senato; assunta poi la ecclesiastica, passarono sotto quella dell'Arcivescovo" (Sampolo, 1874, p. 308).
Le regole per la loro amministrazione erano riportate in un manoscritto conservato nel monastero, dal titolo "Constitutioni e Regole delle venerabili Monache del Monastero delle convertite di Palermo di Palermo, con la correzione di N(ostro) S(ignore) Papa Pio V di mano propria nella margine, come lettera dell'Ill(ustrissi)mo e Rev(erendissi)mo Cardinale Antonio Caraffa si fa fede e appare in originale. In Napoli appresso Giuseppe Contis MDCXIX". Non si hanno notizie precise sulla clausura o meno di questa struttura monastica, alcuni storici avevano interpretato l'annotazione a margine del documento, "avanzandosi in perfezione cristiana ed osservanza monastica", come passaggio alla clausura (Mongitore XVIII f. 372; Sampolo, 1874, p. 308)
Nel carteggio del monastero relativo all'anno 1612, si trova una missiva scritta a Roma l'8 giugno 1612 dal cardinale Giannettino Doria; chiedeva l'autorizzazione alla Sacra Congregazione perche concedesse a quelle suore del monastero di Santa Chiara da lui nominate badesse delle Reepentite, di poter uscire da questo per recarsi in quello delle Reepentite ottenendone una risposta positiva; nella stessa lettera aveva chiesto, ottenendola, la giurisdizione amministrativa tenuta fino a quel momento dal Senato palermitano, di questo passaggio era riportata annotazione nell'Archivio del Tribunale della Visita nella Corte Arcivescovile (Mongitore XVIII f. 372). Un'altra lettera riportava lo stato di salute di una delle badesse scelta tra le suore di Santa Chiara e passata alle Reepentite in quell'anno; questa era stata gravemente malata ottenendo, dopo la richiesta motivata l'autorizzazione a rientrare nel proprio monastero ed essere sostituita da un'altra scelta sempre nella medesima comunità. Quest'evento portò le suore di Santa Maria della Grazia a chiedere che la badessa fosse scelta ogni tre anni all'interno del monastero, la richiesta fu accettata poiché era defunta la precedente badessa, ciò era riportato nella missiva datata 25 aprile 1614 spedita da Roma, del cardinale Gallo al cardinale Doria; da quella data le monache si sottomisero alle scelte dei cardinali, anche se con disappunto.
La stessa lettera riportava anche l'introito annuale del monastero pari a once 789.9.17, equivalente a scudi 1973.13.17, vi era inoltre annotato "che nel detto monastero delle Repentite s'osservi la clausura".
Nel 1624 la Casa delle Riparate venne trasferita nel complesso dello Scavuzzo ospitando le "sole ree pentite, alle quali non poteva risultare ingiurioso, ma caro il nome che ricordava la colpa e insieme il ravvedimento. Più tardi nel primo decennio del secolo XVIII, vennero escluse le peccatrici, e le sole vergini vi furono accolte", in questo modo "il primo istituto di emenda per le donne di mala vita deviò dal santo suo scopo e mutossi in monastero. Ciò derivò dalla vita ascetica in cui si indirizzavano quelle donne, dal non essere adusate alla vita operosa del lavoro che rigenerandole moralmente, le avrebbe fatte buone e utili a se stesse e altrui. Seguiva indi che nessuna ne tornasse più al mondo, e quindi non era più il luogo per le novelle ravvedute" divenendo un monastero (Sampolo, 1874, p. 309). Probabilmente negli anni seguenti, quando si era ridotto il numero delle ex prostitute entrate in questa struttura, non tollerarono più l'appellativo di "Reepentite" (Palermo, 1858, p. 318).
Tra i benefattori di questo monastero erano da annoverare la viceregina, principessa di Molfetta (Mongitore XVIII f. 371, dal Gambacurta p. 393) e donna Pietronilla Corsetto e Lombardo contessa di Villalta, moglie di Ottavio Corsetto, morta nel 1667. La contessa di Villalta nel suo testamento, stilato presso il notaio Girolamo Musanti il 26 settembre 1647 pubblicato negli atti di Vincenzo Mondello, lasciava once 66 annuali da ripartire nel modo seguente: il primo anno al monastero di S. Maria di tutte le Grazie delle Ripentite, il secondo anno al Conservatorio delle Riparate, sotto il titolo di Nostra Signora della Grazia, e il terzo anno alle Figliole dello Spedaletto sotto il titolo delle Lagrime di Maria; dopo i primi tre anni il ciclo sarebbe ripreso dalla Reepentite, ma in seguito, ad un "codicillo", sempre stilato dal notaio Mondello il 26 ottobre 1662, reso pubblico il 4 febbraio 1667, veniva disposto che queste 66 once fossero divise annualmente, e le Reepentite ne avrebbero ricevuto, once sedici e tarì 15 (Mongitore, 1719, II, pp. 303-304).
Nel 1700 il disappunto verso l'arcivescovo da parte delle monache per l'imposizione della nomina della badessa divenne palese; queste iniziarono un contenzioso con l'allora arcivescovo don Ferdinando Bazan; l'azione non portò a nessun risultato, visto che il prelato difese strenuamente la sua giurisdizione. L'arcivescovo redasse, a tale scopo, un memoriale per la Sacra Congregazione, in cui "esponendo che in tanto pretendea l'Arcivescovo far l'Abbadessa perché allegava non aver il monastero clausura"; appreso questo, molte delle suore che invece erano convinte di aver avuto accesso a un monastero claustrale, avanzarono la richiesta della restituzione della dote per lasciare questa struttura monastica. Per risolvere questa controversia, le monache fecero richiesta per la concessione della clausura per il monastero, contestualmente si procedette con la contesa, che però fu vinta dall'arcivescovo (Mongitore XVIII f. 374). Ancora il 17 marzo 1719 le suore formularono ulteriori richieste ma solo con la Bolla del 17 maggio 1729 redatta in Roma dalla Santa Sede firmata da Benedetto XIII, finalmente le badesse poterono essere elette dalle loro consorelle (Mongitore, XVIII, f. 375; Palermo, 1858, p. 319). La Bolla divenne esecutiva a Palermo, l'8 giugno 1729, dopo la presentazione alla Corte Arcivescovile, dell'arcivescovo don Giuseppe Gasch; in esecuzione di questa, il primo febbraio 1731 per la prima volta fu eletta dalle consorelle badessa, suor Petronilla Rau; solo da questa data, l'elezione delle badesse non venne più inficiata dalle volontà degli arcivescovi (Mongitore, XVIII f. 377).
Nei Diari del Villabianca è riportato che ancora il 10 gennaio 1782, la badia dello Scavuzzo, dal nome della via su cui si apriva, era il luogo in cui compivano il loro noviziato, le giovani che poi sarebbero entrate nel monastero delle Reepentite (Emanuele e Gaetani, 1880, XVIII, p. 227).
Molti erano stati i cambiamenti nell'amministrazione del monastero; alla fine del '700 ne era badessa Rosa lo Monaco, suora non di nobile origine ma proveniente da una famiglia borghese (Pitrè 1904, p. 187).
Nel 1866 la legge sulla soppressione delle corporazioni religiose colpì anche questo monastero costringendo le monache ancora presenti, ad abbandonare le antiche celle per essere accorpate ad altri monasteri (Sampolo, 1874, p. 309).
Monastero di Santa Chiara
Monastero dell'Origlione
- Figures destacades
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Francesca Leofante: Notizie sulla fondatrice del monastero erano ricordate in un foglietto allegato al manoscritto del Mongitore, qui era riportato che nei registri della Corte Arcivescovile XII ind. 1553 e 1554 vi era il memoriale della prima badessa di questo monastero al f. 453; questa aveva intimato all'arcivescovo di pagare la quarta parta dei legati; "ella sposo la povertà del mon(aster)o che molte non pagavano dote e che non potean mantenersi, supplicando l'Arc(ivescovo) a...... sul memoriale fu fatta provvista a 8 giug(no)" (Mongitore XVIII f. 371, III). Si trattava di donna Francesca Leofante nata "In Palermo, per fabriche, per edificij, per Chiese, per contrade, per piazze, per Monasterij, delle più vaghe, e maestose, che occhio rimiri". Apparteneva alla famiglia de' Leofanti, "si fece della Culla un Calvario; perche fin dalla culla anelava à patire per Cristo. Fin da fanciulla aveva un volto ripieno di grazia celeste, che non eccitata punto alla concupiscenza, com'è solito della bellezza umana; mà i di lei sguardi portarono seco una deliziosa maestà, che accendeva co' suoi raggi fiamme d'onore.
Si consacrò a Dio nella Religione, ambiziosa d'essere uno di quei gigli, trà i quali si pasce il celeste Sposo; stimò ottimo negozio spogliarsi di tutto quello, che finalmente s'ha à lasciare per acquistare quel bene, che non si perde mai; si umiliava sotto à tutte, & esercitava un totale disprezzo di sè medesima, del suo proprio giudizio, e d'ogni suo volere di modo, che in breve divenne specchio d'ogni virtù; le riusciva molto dolce passare i giorni, e le notti alla corrente delle divine consolazioni, che orando, e leggendo, sentiva; le prime linee di santità, che Iddio tirò in quell'anima, furono meravigliose; quanto più riguardava queste cose esteriori, tanto migliore era la vista degli occhi spirituali.
Fu mirabile la di lei astinenza; poiche nauseando i saporosi cibi della vita secolare, estimando nella Religione per delizioso banchetto, l'ordinaria sobrietà, bisognosa d'uno scarsissimo vitto, con poco pane, & erbe apparechiava all'affaticato suo corpo, una lautissima mensa; fin da bambina si mostrò zelantissima della pudicizia; à questo prezioso tesoro fin da i primi anni della ragione, pose per guardia, non come nel favoloso giardino dell'Esperidi, un vigilante Dragone, soggetto ad essere addormentato da Alcide, mà una guardigna, e rigorosa modestia, la defendea non solo da' licenziosi adocchiamenti degli uomini, mà proibiva alla mente, che nè anche potesse accostarsele alcuno meno che pudico pensiero; onde in lei si riconobbe falsa l'opinione di Carneade presso Laerzio, il quale asserisce, che la bellezza sia un Regno senza difesa; poiche tanti erano i soldati, che custodivano il Regno della sua bealtà, quant'erano le circospezzioni, ch'ella usava per conservarsi pudica; perche Idio era l'oggetto de' suoi desiderij, e de' suoi pensieri, lasciò andare tutte l'altre cose.
Era fin da bambina, non men'ammirabile per le bellezze dell'animo, che per le fortezze del corpo; non meno riguardevole per i profili del volto, che per i pronostici, che si faceano della di lei virtù; nella casa paterna, quando altri dormivano, ella orava, e nelle tenebre degli occhi altrui accendea più copiosi i lumi del suo divoto affetto; tutti i suoi godimenti erano in essercizj santi; ancora in abito secolare, questi nel rozzo Tabernacolo di Cedar occultava le preziose suppellettili delle sue virtù; mirava i poveri con gran sentimento di compassione, avendo viscere tenerissime d'amore verso i suoi prossimi; operò sempre con misura. e convenientemente al servigio di Dio.
Lasciò il Monastero delle Francescane di Santa Chiara di Palermo, dove s'era ritirata, perche Idio la chiamava ad una fondazione in quella Città d'un Monastero osservantissimo delle Oblate Olivetane, in cui ella con le sue divote Monache visse santamente, e rinuovò i primi fervori dell'Istituto".
A lei si deve nel 1525 la fondazione del monastero osservante la regola delle Oblate Olivetane, dove "visse santamente, e rinuovò i primi fervori dell'Istituto". I ricchi parenti la aiutarono offrendole gli edifici "e gli altri commodi necessarij per l'impresa". L'abito le fu consegnato dall'abate del monastero di Santa Maria del Bosco del Caltamauro, sotto la cui cura spirituale vivevano.
"Qui Francesca, e le sue Compagne meditavano con lunga, divota, e profonda considerazione i misterij della nostra santa Sede, infiammandosi giornalmente più dell'amor di Dio; quì ella indirizzava tutte le sue operazioni alla gloria celeste; quì considerava la misera condizione del nostro fango; amava sommamente la pace, quale chiamava delizia del Chiostro, e per verità chi vuole aver pace con Dio, deve avere per pensione la pace con gli uomini; la sua carità benche paziente, e compassionevole, ritenne però l'aculeo per pungere, quando ce ne fù il bisogno.
Amava Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, e con tutta la mente, e conoscea, con tutto il cuore, tutta la mente, e tutta l'anima non è sufficiente per la degnità d'una tale dilezzione; tenne purificate le sue intenzioni da tutti i fini mondani; la spogliò d'ogni affetto, per vestirla unicamente del gusto di Dio; fù sempre sollecita di fare le sue operazioni esattamente, e con divota applicazione; non fece cos'alcuna, in cui non fosse la mendolla della perfezione.
In tutte le cose di Dio sembrava una Conca marina che solo si pasce della rugiada del Cielo; nella carità poteva assomigliarsi ad un melo granato tutto aperto, e sviscerato; conosceva ella molto bene, che Dio solo hà da essere l'amato, l'onorato, il servito da noi, e che non abbiamo à mirare il resto, se non in ordine à Dio; ebbe il dono dell'intelletto, con cui penetrava le verità più altre, e più nascoste alla nostra mente.
Ebbe sempre grande avversione di sentirsi lodare, e quado avvenne, che qualcheduno entrasse nelle sue lodi ella tutta umiliata respondea: Rozza tela son'io; se alcuna bella imagine di fattezza amabili, in mè rappresentata si vede, il divino amore l'ha delineata, e dipinta; Campo sterile son'io; se qualche buon frutto è nato da mè, il seme venne da lui; egli mi cotivò, egli m'impiguò, egli mi fecondò; io per mè non sono altro, che terreno salfugginoso; il preggio è tutto suo. Nuvola oscura son'io, se in mè formato risplende un'arco di meraviglie, l'amor di Cristo è il Sole, i cui raggi così vagamente lo colorarono; Fù umilissima, essendo vero che chi è grande in santità, cresce anche in umiltà; illuminata da Dio, seppe schermirsi dagl'inganni dello spirito maligno, che l'insidiava; il fuoco dell'amor di Dio, che le servea nel petto, la portava ogni momento della sua Sfera, essendo verissimo, che'l fuoco in tanto stà rattenuto al basso, e quì in terra frà noi, in quanto trovasi attaccato à qualche materia crassa, e terrena; ella sgravata dal peso degli effetti mondani, era rapita ogni momento all'altezza delle cose divine; e sì come una paglia corre naturalmente ad unirsi con l'ombra, e'l ferro con la calamita, così il cuor di Francesca correa sempre a unirsi co'l suo Dio.
Mostrò una grande abituazione nel bene, & una costanza pertinace nel servigio di Dio, da cui niuno ostacolo benche valido potè mai rimuoverla; compativa teneramente quelle anime, che si avvilscono con darsi in preda alle passioni disordinate; non rese mai infruttuose le divine ispirazioni per mancanza di cooperzione.
Si contentò di stare in una povera, ed angusta Cella, quasi in una Nicchia fatta a misura del corpo suo; e mostrò una longanima costanza in tutte le strettezze dell'Instituto, ripiena di zelo della divina gloria, e della salute del Mondo.
Era esattissima in tutti i suoi ministeri, e particolarmente nel servigio di Dio, riflettendo che il servigio strapazzato è più tosto vilipendio, & ingiuria del Padrone, che servigio, e che merita più castigo, che premio; non cercava altro, che glorificar Dio, per corrispondere con l'opere all'obligo della sua professione; s'accommodava volentieri à i tempi, contraria al genio di quelle, che vogliono, che il tempo s'accommodi à loro, e non esse al tempo.
Era modestissima, e nel parlare con gli uomini non alzava mai gli occhi, solita dire, che basta la lingua; s'accommodava volentieri à tutte le miserie del Chiostro, quando considerava, che Cristo Signor nostro cominciò la sua vita con la privazione d'ogni commodità, avendo per sua stanza una stalla, e percuna un Presepio, e facea mal giudicio di quelle Monache, che mal volentieri si privano delle loro commodità.
Il Demonio, che tutti i momenti c'insidia, senza accentuare veruno nè per neue d'anni, nè per qualità d'affari, nè per rispetto di grado, nè per riguardi di professione, insidiò spesse volte Francesca, mà senza frutto, perche co'l santo timor di Dio si rese superiore à tutte le forze d'Inferno, e con quella prudenza, ch'è propria de' Santi, seppe scoprire, e schivare tutte le insidie del Tentatore; praticava pochissimo, e fuggiva la conversazione, solita affermare, che bisogna si nasconda dagli uomini, chi vuol'essere maggiore degli uomini; non conoscea mezzo miglior per conservar Dio nel cuore, che la solitudine, & il ritiramento.
Pregava sempre S.D.M. che le facesse ben conoscere la bassezza di queste cose terrene, e le grandezze di Dio; guai à quelle conscienze, dicea Francesca, nelle quali non si sente altro, che puzzo d'affetti animaleschi, che vi hanno piantata una stalla; s'allontanò ella seriamente da tutte queste cose, che potevano impedire la gloria di Dio, e'l suo profitto.
Fù amica del silenzio, riflettendo, che per concepire spiritualmente Dio nel cuore, non ci è tempo più poposito, che quello, ch'è consagrato al silenzio, unendosi allora più facilemente Idio con l'anima; i suoi maggiori diporti erano la Cetra armoniosa, & il Salterio Davidico; non era mai lieta, se non quando conversava con Dio nel gabinetto del cuore, e che presentava à lui i suoi affetti divoti; il suo Padre spirituale era l'Angelo consolatore, che le portava la sospirata calma.
Abominava quelle Religiose, che non persistono nella loro vocazione, e che si guardano addietro, come quella Donna, che divenne una statua di sale; oh quanto compativa quelle donne mal consigliate, che non darebbero i godimenti della loro gioventù per una dozzena di Paradisi! Chiamava animali, e non uomini quelli, che vivono conforme à i dettami del senso, e della carne; visse sbrigata al possibile da tutte le mondane inquietudini, conscia à sè stessa, che Dio parla all'anima, quando questa s'è ritirata dalla strepito del Mondo.
Desiderava, che nell'anima sua, come fiore della radice di Iesse riposasse lo spirito del Signore; stimava ogni momento di tempo, benche lubrico, e fluido, che corre, vola, e precipita; Quindi vivea tutta staccata dagli affetti terreni, rispettando, che non si può trovar Cristo se non nell'umiltà, nel disprezzo de i mondani, e nella mortificazione, già ch'egli è venuto à piantare con la sua vita l'affetto à queste virtù commiserava quegli uomini, che vivono il più del tempo lontani da Dio, co'l pensiero, con l'amore, e con l'opere; non le furono discari i patimenti, sapendo, che questi furono i mezzi principali per la gloria, e che alla misura di questi, quella corrisponde: la grazia divina, che sà togliere l'ardore all'estate, e'l ghiaccio al verno, le rese soavi tutti i rigori; quelli, dicea, non patiscono volentieri per dio, che sono oppressi dal peso delle cupidigie, e che furono sempre curvi co' pensieri alla terra.
Non si può dire, quanto le rincrescesse vedere ne' Religiosi il cuore dissipato, il poco raccoglimento, e la languidezza nel culto di Dio; una delle principali sue occupazioni era il trattenersi nella cognizione di sè medesima, base, e fondamento d'ogni Santità; biasimava quelli che tutti s'occupano in altre cose fuori di sè, e non in sè.
Niun'altra donna fù mai esatta nella intera mortificazione delle passioni, e degli appetiti disordinati; corrispose sempre alle buone inspirazioni con rendere frutti d'opere virtuose; cercò sempre con tutte le sue forze d'esseguire quello, che piace à Dio, ed attese alla perfezione della virtù; ebbe un gran conoscimento de i misterij del Cielo, e delle cose eterne; pativa volentieri per Dio, considerando, che sì come Giesù non volle stare nè meno vil momento senza Croce per amor nostro, così anche noi dobbiamo portar la Croce tutti i momenti per amor suo; si riempiva di profondissima umiltà, quando considerava, che se Idio togliesse da lei tutto quello, che v'hà posto, altro non le rimarrebbe di capitale, che'l niente, ed i peccati, di cui si riputava carica, benche vivesse vita innocentissima.
Anelava, come Cerva ferita al fonte degli eterni gaudij; stando in terra, era tutta assorta nelle cose celesti; onde potea dir con San Paolo, essere la sua conversazione nel Cielo; moderava si possibile le sue passioni, conoscendo molto bene, ch luomo con le tenebre degli affetti, ecclissa la vera luce del Cielo; quanto desiderò essere grande avanti Dio, altretanto bramò d'esser picciola negli occhi suoi proprij, & in quelli degli uomini.
Tenne sempre la lampada accesa per la venuta dello Sposo, e l'anima sua sempre odorosa d'ogni virtù; Quindi fù graziata da Dio di tutti quei doni, che suol concedere alle Serve sue più dilette, come quello di far miracoli, di penetrare i cuori, di predire le cose avvenire, di manifestar quelle occulte, di godere le visite celesti, e di sollevarsi con Ratti à i godimenti del Cielo; prerogative tutte concedute specialmente alla mia divotissima Francesca (Tondi 1684, p. 183-190).
Altra badessa, morta l'8 aprile 1785 all'età di sessantasei anni, fu suor Ignazia Scaltrita. I suoi funerali si svolsero solennemente e vi partecipò una numerosa folla di credenti che cercava di accaparrarsi i fiori sopra la bara e la tonaca della defunta, rinomata per il "candore delle virtù conservato senza macchia e senz'ombra" (Emanuele e Gaetani, 1880, XVIII, p. 274). - Edifici Arquitectura
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Il tenimento dei Sottile almeno fino alla fine del XVI secolo, si sviluppava dall'odierna via Divisi, antica ruga magna di gurrieri (definita ruga magna da Basile 1978 p. 141), fino al fiume di Kemonia a nord-est, nell'area dell'antica area della giudecca. Il luogo oltre a diversi fabbricati presentava un grande giardino, con una senia azionata da "duobus bestiis", di cui diversi autori ne riportavano le caratteristiche (Bresc 2005, p. 62). L'edificio aveva una forma quadrangolare e presentava una corte interna chiusa, almeno fino agli inizi dell'800, con un lato di circa m. 37; all'interno vi era una sala magna, che lo rendeva molto simile per impianto e dimensione a quello dei Chiaramonte a piazza Marina (Arena, 2003, p. 107).
Nel 1506, il chierico Giovanni Vincenzo Sottile con il fratello Pietro si divisero i beni ereditati dalla famiglia; a Vincenzo toccò "cortilem unum domorum soleratarum et terraneum cum ejus viridario...in ruga nuncupata de gurriero secus tenimentum domorum magnum habitationis quodam magnifici ex una parte; il tenimentum unum domorum magnum soleratarum et terraneum vocatum "la senia" in ditta rugade gurriero in cantoneria vanelle quam itur ad ecclesiam confraternitatis sanctorum quadraginta" (Arena 2003, p. 96 n. 4 e p. 109).
Nei primi anni del XVI secolo le strutture, non ancora trasformato in monastero, erano così descritte: "un ingresso unico dalla via Divisi, collogato direttamente alla corte interna e da qui agli ambienti terrani della casa, costituiti da due catoi sotto la sala magna del piano nobile e uno scriptorium con finestra corrispondente nel retro al giardino di Giovan Battista de Tigario, cappellano di Santa Maria della Grazia; giardino che deriva dall'originario magno viridario e, come indicato nel prosieguo, assegnato come patrimonio particolare al cappellano di S. Maria della Grazia. Dal cortile, attraverso credibilmente una escala descubierta, si accedeva agli ambienti del primo piano tra cui la sala magna, limitrofa a due camere e alla cucina e aliis membris. La stalla risultava al piano terra, affiancata alla casa dalla parte del giardino sopracitato, quindi dal retro, confinante a sua volta con la cappella di S. Maria della Grazia e con la casa di Pietro Sottile dall'altra parte" (Arena, 2003, p. 110). La cappella potrebbe essere stata costruita o rifondata sulle strutture della cappella del palazzo Sottile, dai documenti risultava dedicata a San Michele Arcangelo; le dimensioni erano di 7 x 17 canne catalane pari a m. 10,90 x 37,32 che corrisponderebbe alle dimensioni del palazzo che ancora oggi è presente su via Lampionelli (Mongitore, XVIII. f. 369; Arena, 2003, p. 112).
All'inizio lo spazio monastico era abbastanza angusto, ma lentamente fu ampliato verso la futura via Maqueda, con nuove costruzioni adoperate come dormitorio e altri funzioni. L'affaccio sulla strada nuova appena aperta, fu possibile attraverso finestre e logge fornite di grate che permisero alle suore di vedere le processioni che qui transitavano. In questa via vennero allora ad abitare famiglie che appartenevano a una classe di gente che vivevano in "buona condizione" (Mongitore XVIII f. 381r.).
Sopra la porta della chiesa, prima appartenente a casa Sottile, era inserita una scultura a forma di aquila in pietra, stemma della famiglia, dismesso nel 1598 quando la chiesa subì dei lavori di restauro (Mongitore XVIII f. 365).
Con il passaggio delle strutture alle Reepentite negli anni 1697 e 1698, le monache fecero eseguire dei lavori di "rinnovamento e abbellimento" della chiesa, che fu ri-aperta il 3 ottobre 1698, con l'esposizione del SS. Sacramento per le Quarantore. I lavori fortunatamente non interessarono il prospetto che continua, ancora oggi, a conservare gli originali ornamenti gotici. La chiesa presentava, a quella data, con un cappellone proporzionato alla chiesa, in cui era posto il ciborio d'argento e la statua in legno della Madonna di tutte le Grazie; sui lati si aprivano quattro cappelle due per lato (Mongitore, XVIII f. 381; L. Di Giovanni, XIX f. 106r.; Palermo, 1858, p. 319).
Nel 1866 anche questo monastero fu abolito; la chiesa, in un primo tempo, rimase aperta al culto, e solo in seguito chiusa e trasformata in deposito di legname, mentre nell'area del distrutto monastero sorsero tra il 1868 e il 1884, in parte case di abitazione ed in parte locali utilizzati come quartiere della guardie doganali (Sampolo, 1874, p. 309 n. 1; Sances, 1914 p. 39).
Già nel 1960 il complesso monastico fu interessato da un pesante e distruttivo lavoro di trasformazione e consolidamento; una parte dell'edificio fu trasformata prima in Istituto d'Igiene e in seguito in aule dell'Università, demolendo ciò che rimaneva del monastero.
Nel 2005 su quella parte che rimaneva dell'antico monastero furono eseguiti dei nuovi lavori di ristrutturazione, per destinarlo a dipartimenti universitari, durante questi interventi fu scoperta, svuotandola dal materiale di risulta, la cripta ampia circa sedici metri quadrati. Presenta un altare seicentesco, cenotafio della badessa, suor Ignazia di Gesù Squatrito, nata nel 1706 e morta l'8 aprile 1782, dati desunti dall'epigrafe che riporta: “In questo sepolcro giace il corpo della Reverenda Madre Santa Ignazia di Gesù Squatrito quale nacque al 1706, si chiamò nel secolo Donna Maria Squatrito, morì di anni 76 l’8 aprile del 1782”; all'altare sono affiancate mattonelle in maiolica che riproducono San Francesco e presumibilmente Santa Chiara o forse, la fondatrice del convento. Le due figure sono inginocchiate ai piedi della Croce, alla base della quale sta un teschio simbolo dell’"omnia vanitas", ai lati del vano vi sono le panche dove venivano deposti i corpi delle defunte secondo un'antica tradizione religiosa che prevedeva il "prosciugamento" dei cadaveri prima della sepoltura. In queste cripte le suore defunte non erano solo sdraiate, per il processo di essiccazione, ma adagiate sui "sedili", e assicurate con delle corde al muro per tenere i corpi in posizione eretta. - Patrimoni Documental
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Baldassare Zamparone, Compendio di diverse cose notabili, cavato da alcuni manoscritti di B. Zamparone, man. sec. XVII, BCP, coll. Qq E 56.
Antonino Mongitore Istoria sacra di tutte le chiese, conventi, monasteri, spedali e luoghi sacri di Palermo, man. sec. XVIII BCP, coll. Qq E 4, 5, 6, 7, 8, 9, 11.
F. M. Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca, Chiese e monumenti sacri della città di Palermo, man. sec. XVIII BCP, coll. Qq D 163.
Di Giovanni Lazzaro, Le opere d'arte nelle chiese di Palermo man. XIX BCP, coll 2Qq A 49.
F. Valenti XIX-XX, due foglietti senza intestazione, BCP, 5 Q q E 145. - Patrimoni Artistic
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Riferiva il Mongitore che sotto il cappellone della chiesa era collocato il ciborio d'argento e la statua in legno della Madonna di tutte le Grazie; il ciborio era ornato "con nobili fregi di legno lavorato ad arabesco musso ad oro e nei fianchi v'ha quadro di S. Rosalia nella parte del vangelo nella parte della epistola S. ..... in stalli; così il pallio dell'altare". Sul fianco destro si aprivano due cappelle, la prima era dedicata all'Immacolata Concezione di Maria Vergine, la seconda custodiva un quadro di San Michele Arcangelo, dipinto dal messinese Filippo Tancredi, oggi disperso. Altre due cappelle si aprivano sul lato sinistro, la prima dedicata al SS. Crocifisso e la seconda della Madonna della Pietà, dove era collocato un quadro rappresentante Cristo che sale al Calvario con la Croce sulle spalle (Mongitore, XVIII f. 381; L. Di Giovanni, XIX f. 106r.).
Bibliografia i enllaços
- Bibliografia
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Gaeta, A., 2003. "Secus Locum Muschite: le proprietà urbane della famiglia Sottile a Palermo tra XV e XVI secolo, memoria e revisione", Archivio storico siciliano, 29: 95-131.
Pirri, R., 1773. Sicilia Sacra disquisitionibus et notitiis illustrata, vol. I, Palermo.
Mongitore, A., 1719. Palermo divoto di Maria Vergine, e Maria Vergine protettrice di Palermo. Opera di D. Antonino Mongitore... Tomo primo [-Tomo secondo], Bayonad1729-1720.
La Duca, R., 1975. La città perduta: cronache palermitane di ieri e di oggi, Napoli: Edizioni scientifiche italiane.
Bresc, H., 2005. I giardini di Palermo (1290-1460), Palermo: Biblioteca Istituto di formazione politica Pedro Arrupe.
Emanuele e Gaetani, F.M., 1873. Il Palermo d’oggigiorno, o sia topografia sicola storica della città di Palermo ... secondo lo stato presente 1788, in cui scrive il Villabianca ... Opere storiche inedite sulla città di Palermo ed altre città siciliane, pubblicate suʼ manoscritti della Biblioteca Comunale, precedute da prefazioni e corredate di note 5.
Bresc, H., 2005. I giardini di Palermo (1290-1460), Palermo: Biblioteca Istituto di formazione politica Pedro Arrupe.
Emanuele e Gaetani, F.M., 1873. Il Palermo d’oggigiorno, o sia topografia sicola storica della città di Palermo ... secondo lo stato presente 1788, in cui scrive il Villabianca ... Opere storiche inedite sulla città di Palermo ed altre città siciliane, pubblicate suʼ manoscritti della Biblioteca Comunale, precedute da prefazioni e corredate di note 5.
Gaeta, A., 2003. "Secus Locum Muschite: le proprietà urbane della famiglia Sottile a Palermo tra XV e XVI secolo, memoria e revisione", Archivio storico siciliano, 29: 95-131.
La Duca, R., 1975. La città perduta: cronache palermitane di ieri e di oggi, Napoli: Edizioni scientifiche italiane.
Mongitore, A., 1719. Palermo divoto di Maria Vergine, e Maria Vergine protettrice di Palermo. Opera di D. Antonino Mongitore... Tomo primo [-Tomo secondo], Bayonad1729-1720.
Pirri, R., 1773. Sicilia Sacra disquisitionibus et notitiis illustrata, vol. I, Palermo.
- Enllaços
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Monastero di Santa Chiara
Monastero dell'Origlione
- Paraules clau
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Giovanni Vincenzo Sottile, Francesca Leofante, Maria Colnago
- Geogrà fics
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Sicilia
- Notes
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1) Atto di cessione in enfiteusi da Giovanni Vincenzo Sottile del palazzo sulla ruga di Gurrieri al prezzo di once XIII annuali al reverendo Gerardo de Caprona. die IV aprilis XII ind. 1524 Testamur quod nobilis johannes vincentius subtilis civis panormi presens coram nobis pro parte ejus heredibus et successoribus in perpetuum sponte emphiteoticavit et ad emphiteusim et annum censum unicarum XIII ponderis generalis dedit reverendo domino gerardum de caprona reverendo sancti johanni de hierosolimitani presenti stipulanti et ab eo recipienti ad annum censum predictum pro parte suis heredibus et successoribus, hospicium unum domorum constituentem in pluribus corporibus et membris situm et positum in quartiero albergarie in ruga nuncupata di lo nobili olivo subtili et di guirreri, cum una intrata, duobus cathodibus existentibus subtus salam, uno cortili et scriptorio cum ejus fenestra correspondente in viridario venerabilis johanni battiste de tigario, et cum ejus porta correspondente in dicto cortili, item sala magna, cum duobus cameris et conquina et aliis certis membris supra et parte supra cogna, nec non domum unam terraneam seu stabulum dicti hospicii domorum, secus dictum viridarium ipsius venerabilis johannis battiste de tigario ex parte retro ex una parte et secus cappellam nuncupatam sancte marie la gratia, et secus domum magnifici petri subtilis fratriis ipsius magnifici johanni vincentii ex alia parte, et per oppositum domum quondam nobilis johanni albaria et dictum stabulum per oppositum dicti hospicii domorum secus stabulum seu domum terraneam dicti magnifici petri subtili ex una parte et secus domum terraneam petri lu munti censitam pro johanni vincentio ex altera viam publicam, et francam liberam et expeditam ab alio onere census. Testes venerabilis johannes battista de tigario, angelus lu yudichi et franciscus filispu. da Archivio di Stato di Palermo, notaio Giovanni Antonio Lo Pinto, B. 2653, f. 713v. 2) Estratto del testamento di Vincenzo Sottile. (die III martii VII ind.) 1533 Notum facimus et restamur quod vincentius subtilis civis felicis urbis panormi corum nobis jacens in lecto corpore sanus tanem mente et intellectu ac sue proprie voluntatis bene bonorum suorum disponere sollemniter condidit testamentum....In primis dictus testator recomandavit animam suam domino omnipotenti et immortali deo et interena matri virgini marie totius curte celesti, cadaverem suum inductum cum abbitu tercii ordinis sancti francisci de paula possit et sepelliri debeat intus ejus ecclesiam cui ecclesie pro jure sepulture legavit unciam unam in pecunia et ultra ceram solitam et consuetam et hoc pro omni et quocumque jure obiti competenti et competituro. Item dictus testator instituit fecit et creavit et sollemniter ordinavit et ordinat suam heredem universalem supra omnibus et singulis bonis suis mobilibus et stabilibis juribus et attionibus universis nuntiam ejus filiam legitimam et naturalem minorem natam suscetam et creatam ex eo testatori et domina laurea jugalibus et voluit dittus testator quod si ditta nuntia in ejus minore etate seu maiore etate mori, contingerit sine filiis legitimis et naturalis de suo corpore descendentibus et nec alio modo quocumque in dittis heredibus succedare habeat et debeat nobilis petrus subtilis fratris ditti testatoris. Item voluit dittus testator quod nuntiam heres universalis mori succede ipse petrus de dittis bonis hereditariis intelligatur ex jure legati relitti filomene margaritelle et scipioni fratris et sororibus unciarum tres anni redditus pro equalibus portionibus et hoc cum preditto succedentes et non alio. Item legavit domina laurea ejus uxorem uncias decem annuales et rendales. Item dittus testator legavit dittis filomene et margaritelle chuccas duas panni dicti testori. Item dittus testator legavit uncias duas in pecunia numerata venerabili monasterio sancte maria de la gratia quas ipsum monasterium sibi retinere possit et valeat de summa illarum unciarum tres solvendarum anno quolibet virtute contrattus celebrati in attis notari johanni de cathania olim diem. Item solvere anno quolibet uncias duas venerabili presbitero johanni battiste tigario pro celebratione certas messas celebrandarum per ipsum diem veneris et sabbatis pro anima sororis elisabette canshalosis tercii ordinis sante marie canchellarii nec non pro anima quondam julie soris legavit venerabili presbiteri johanni battiste uncias otto in pecunia nemerata. Item legavit venerabili sorori sigismonde aglata moniali monasteri sante marie prefate uncias 5 in pecunia numerata. Item legavit dittus testator gramalia unam ditto petro subtili panni vistitus lucubri. Item legavit chuccam parum vistitum domine lucretie ejus cognate Item legavit et reliquit parochiali ecclesie santi nicolai la bergeria tarenos sex anni redditis solvendi anno quolibet per eadem Item legavit ecclesie santorum quadraginta martirum albergarie tarenos sex anni redditis. Testes honorabilis antonius de catania, franciscus de raynaldo, angelus pisanus, baldassarre de piglono battista lotti et petrus (...) da Archivio di Stato di Palermo, notaio Giovanni Antonio Catalanotto, B. 4513.





