Claustra

S. Lucia Vergine e Martire, Adrano

Autoria

Giuseppe Verde

Nom

S. Lucia Vergine e Martire, Adrano

Dades cronològiques

1158

Ordes

Benedictines
De 1150 a 1550

Comunitats relacionades

Historia Comunitat

I normanni conquistarono Adrano nel 1075, dopo la morte del capo militare Caid Albucazar, Ruggero incontrò papa Urbano II a Troina nel 1088 e con lui creò le diverse diocesi siciliane. Il 26 aprile 1091 veniva istituita la diocesi di Catania, a cui faceva capo il territorio di Adrano, affidato all'arcivescovo Angerio o Ansgerio da S. Eufemia. Ruggero donava in dote la contea di Adernò alla nipote Adelicia, figlia del conte Rodolfo Maniace (o Ridolfo Macale di Montecassino) e della contessa Matilde, sposata in seconde nozze con Rainaldo (o Rodolfo Macabeo di monte Cavernoso o Montescaglioso) D’Aquila Avanello (Avenell) (White, 1984 p. 84). Adelasia, nelle sue terre, aveva intrapreso una politica edificatoria fondandovi chiese e monasteri; questo disegno obbediva a una precisa logica morale e dinastica, che aveva mire a lungo termine per la sua famiglia, "construere facimus et aedificare, ut in ea Monasterium sive Collegium istrueremus puellarum virginum Deo consecratarum, quae, perpetuo Deo serviendo sub regulari disciplina continuo orent pro animabus magnificorum et gloriosorum Dominorum Comitis Rogerii et Regis Rugerii, omniumque parentum, et successorum eorum .... pro anima mea et praesertim pro anima Rynaldi Avanell, quondam mariti mei et omnium filiorum et parentum et successorum meorum" (Scalisi, 1998, p. 28, n. 30).
Adelasia fondò il monastero di Adrano intorno al 1150, assoggettandolo al vescovo di Catania Bernardo; oltre ad arricchirlo di beni e rendite, tra cui un imponente mulino che riusciva a macinare fino a 1220 salme di frumento, ne dettava alcune regole sottoponendolo alle norme generali dell'ordine cassinese (Peri, 1953, pp. 272-273). Il luogo, in cui fu costruito il monastero di Santa Lucia, era fuori dalla cinta muraria dionigiana sulla sommità di un poggio in corrispondenza dell’angolo occidentale dell'abitato; qui vi era presente già una chiesa esistente al tempo dei bizantini, forse dedicata alla Madre di Dio, S. Maria della Scaletta, (AAVV., 1987, p. 54; Maccarrone, 1996, p. 44) che Adelasia si era preoccupata di far restaurare; questo era riportato in uno scritto di monsignor Rapisarda che annotava quanto inciso in un'epigrafe che lui aveva visto “posta sotto l’attuale chiesa di Santa Lucia attesta che Adelaide nipote del conte Ruggero, istituendo nel 1158 il monastero di Santa Lucia, non edificò la chiesa dedicata alla santa siracusana, ma abbellì e intitolò a lei l’antica chiesa di Maria” (Santangelo, 1994 p. 65). Altri autori riportano per l'antica chiesa bizantina il titolo della “Consolazione e del Cristo Risuscitato” o “Maria SS. delle Solette”; oggi, nello stesso luogo, si trova la chiesa dedicata ai Santi Alfio e Cirino (AAVV., 1987, p. 54; Ronsisvalle, 1995, p.6).
Nelle carte di fondazione del monastero, erano riportati i gruppi di persone che avevano partecipato alla costruzione della chiesa e del convento. Erano questi di origini diverse: indigeni greci, schiavi, signori saraceni e signori normanni e italici; tra gli altri, Roberto di Cremona, Oddo Frassino, Mauro Visconte, Martino di Amalfi, Guglielmo Berlinghieri (milite), Guarino de Fuldo (milite), Giovanni di Brucato, Aroldo (milite), Alibrandus, Petrus notaius, Goffredo Bartolomeo, Pandolfo, preti e cappellani, tre frati: Anselmo, Bobo e Giuliano, forse del monastero di San Michele di Troina e un curatolo di nome Bulea. Questi, erano allora, gli esponenti della classe dominate di Aderno, il cui territorio confinava con quello di Pollicello, tenimento questo, elencato tra le donazioni di Adelasia al monastero di Santa Lucia, con tutti i suoi abitanti, la sua chiesa e le sue terre oltre a un paratore, vi era inoltre l'accordo che chi, tra gli abitanti di questa contrada, si fosse voluta far suora, si sarebbe potuta sottrarre al potere laico per sottomettersi solo alla badessa ed al vescovo di Catania (AAVV., 1987, p.18; Ronsisvalle, 1995, p.21).
Da questo monastero, dopo qualche anno, a seguito dello spostamento di alcune monache, con lo stesso titolo, ne nacque un altro, a questo legato, nella città di Catania in cui la stessa contessa avrebbe pronunciato i voti nel 1157 (White, 1984 p. 241 n. 29). Altro autore riportava la notizia di un'iscrizione sul muro di sinistra della chiesa di S. Lucia, databile al 1596, secondo cui il monastero adranita sarebbe stato fondato nel 1157, "Anno a Dominica Nativitate MCLVII... Adelasia .... Muliebre Coenobium sub Divi Benedicti Istituto Ecclesiaie Divae Luciae Dicatae Adhuc Deiparae a Consolatione Appellatae pie et devote adiunxit...temporalibus non solum subventionibus quam spiritualibus thesauris locuplitavit, dum a Ioanne Barense Archipraesule annuit consegrari Anno MCLVIII Mensis Maii Die Vero XV...Temporibus vero Declinantibus, et Magis Crescente Malitia, cum locus ille Minime Decens Videretur, tanquam ab Urbe Distans Adraniti Proceres in Hunc Locum ubi adhuc Perseverat Trasferri Curarunt, Salvatoris Reparationis MDXCVI Currente Anno" (Maccarrone, 1996, p. 45).
La chiesa fu consacrata il 15 maggio 1158 VII ind. dall’arcivescovo Giovanni V di Bari (White 1984 p. 176 n. 29); scriveva il Pirri: “Hujus nostri Bernardi meminerunt tabulae monialium S. Luciae Catanae anno 1158. 15 Maji Ind. 7. Quod facultatem fecerit Joanni Archiepiscopo Barensi, ut suo nomine templum idem S. Lucia dicatum juxta Adernionem situm consecraret: id quod ab ipso exorarunt preces Adelasiae neptis Regis Rogerii Comitisse, quae illud templum a fundamen. tis exaedificaverat, praediisque auxerat. Sub Bernardo floruit Henricus Ariftippus Catan. Ejufdem Ecclefiae Archidiaconus Catan. ejufdem Ecclefiae Archidiaconus graecis, & latinis litteris fatis eruditus (Ex Fazel. doc.2 lib. 7 c. 4. fol.445), quem Guillelmus ” (Pirri 1733, p. 529, p. 594).
Nell'atto di fondazione Adelicia dotava il monastero, del casale di Bulichel o Pulicello, la chiesa di Santa Maria del Wadi Musa (Simeto), insieme a tutte le loro proprietà, compresi (così specificato in un successivo documento) quaranta villani, due mulini, numerose vigne, boschi, oliveti e tutti i diritti e facoltà legate al possesso di quelle terre. Gli introiti ottenuti con queste donazioni sarebbero stati sufficienti per il mantenimento delle dodici monache allora presenti, non permettendo a nessun'altra di esservi ammessa se non avesse portato una sua dote personale sufficiente al suo sostentamento; ciò non sarebbe valso per i membri della famiglia di Adelicia, "consanguinitate nobis coniunctae", era inoltre stabilito di "seguire la regola di San Benedetto e furono impartite precise istruzioni riguardo alla condotta delle sorelle e del loro chiostro". Già tre giorni dopo la consacrazione, la contessa in successivi scritti, chiarì meglio le donazioni, nominando come prima badessa Ula; questa redasse una particolareggiata promessa firmata anche da altre cinque monache, in cui si impegnavano ad osservare la regola benedettina di Monte Cassino e di adempiere ai desideri della fondatrice, mentre spiritualmente avrebbero dovuto rispondere al vescovo di Catania (White, 1984 pp. 241-242 n. 33; Scalisi, 1998, pp. 22-23). Adelacia dotava inoltre le suore di mille tarì con i quali acquistare i corredi necessari a ciascuna di esse: "quattro lenzuola di lino, un giaciglio di lana, una coperta, quattro bende facciali, due bianche e due nere, due grembiali di color turchino, due cinghie, due sottogola, cinque paia di calze e due paia di scarpe" (Scalisi, 1998, p. 22). Tra le altre indicazioni la contessa disponeva che la badessa e le monache del monastero mantenessero una relativa autonomia nel temporale, deliberando che se i "Cappellani et clerici praesententur Episcopo antequam fuerint statuti ne notabile aliquid in eis inveniatur per quod non debeant divina officina celebrare, non tamen quod Episcopus possit aliquid ibi statuere vel mutare"; questa indicazione era stata redatta per limitare l'ingerenza del vescovo sul controllo del monastero, che invece sarebbe rimasto sotto le direttive della famiglia della fondatrice (Scalisi, 1998, p. 28, n. 32). E ancora per Adelicia: "statuimus, ordinamus et volumus ut ab omni iure conditionis vel successionis haerendum nostrum liberum pepetuo permaneat et immune, praeter hoc tamen quod nobis viventibus nostrae serramus potestati"; e nello stabilire che "haeredibus et successoribus nostris nullam relinquimus licentiam, nec facultatem aliquam eis reservamus de electionibus ibi celebrandis vel concedendis, ac de omnibus rebus ipsius Monasteri tam stabilibus quam mobilibus administrandis omne ius tollimus ac potestatem". Una clausola contenuta nell'atto di fondazione, sanciva "simul vel separatim de possessionibus et rebus praedictis aliquod distrahere vel obligare vel alienare". Qualunque violazione delle indicazioni dettate avrebbe autorizzato i discendenti della contessa ad intervenire nell'amministrazione del monastero, facendo sì che "iuxta tenorem et ordinationem nostrae dispositiones faciant ademplere" (Scalisi, 1998, pp. 28-29, n. 35).
Secondo le indicazioni di Adelacia il monastero sarebbe dovuto essere un'aggregazione a fine educativo, vi si sarebbero potute rifugiare le giovani del luogo per essere educate ad una vita di preghiera e lavoro. Era inoltre presente nel complesso uno stabilimento per la filatura della seta, dove queste ragazze avrebbero potuto lavorare sulla realizzazione di stoffe e capi utili alla vita nel monastero, senza però poter commerciarli all'esterno dello stesso (Scalisi, 1998, p. 22). L'atto di fondazione di Adelasia era completato dall'elenco degli oggetti da lei donati: "due croci e due crocefissi di argento di diverse dimensioni; due calici, due ampolle, due bacili, quattro candelabri e un incensiere di argento; un prezioso messale , due effigi argentee raffiguranti in ordine la Vergine Maria e Santa Lucia; quattro candelabri di bronzo e un ricco corredo di vesti liturgiche; infine tre campane di diverse dimensioni e i libri necessari allo svolgimento delle funzioni religiose" (Scalisi, 1998, pp. 22-23).
Quest'enorme patrimonio aveva reso il monastero centro aggregativo per l'economia della zona, creando nuove forme di amministrazione e gestione delle terre, dei mulini e delle diverse strutture per la lavorazione della lana e della seta, il cui controllo aveva cominciato a stimolare gli interessi delle ricche famiglie locali, che ne avrebbero approfittato per accrescere il loro potere sul territorio (Scalisi, 1998, p. 29).
Da un memoriale redatto nel 1663 suor Maria Pollicino, badessa del convento di Santa Lucia di Adrano, si apprende dell'esistenza di un secondo atto di conferma dei privilegi del monastero redatto a Catania “nell’anno 1164, X. A. Ind.”, e sottoscritto, forse dalla stessa contessa, controfirmato da testimoni: “il detto Arcivescovo di bari, Giovanni, il Conte d’Avellina, due Cappellani di d.a. Adelicia, il Strategò d’Aderno, (e) due Canonici di Traina”, in cui era ribadito quanto riportato nell'atto di fondazione (Scalisi, 1998, p. 32 n. 42).
Agli inizi del '200 Adrano era divenuta instabile vista la presenza, quali signori insediati nel suo castello, dei conti Bartolomeo, Guglielmo, Gualtiero e Pagano Parisio, che affermando di essere discendenti degli Avanello, si erano attestati ai confini delle diocesi di Catania e di Messina. Tra il 1232, con le deportazioni e la distruzione di Centuripe ad opera di Federico II di Svevia, ed il 1266-1272, quando il territorio di Adrano fu occupato da Carlo I d’Angiò, le monache furono indotte a lasciare il convento di Adrano per rifugiarsi a Catania (Scalisi 1998, p. 33).
Nell’agosto del 1262 re Manfredi, confermando la piena potestà del monastero sui beni dotali detenuti nei territori di Adrano e Centuripe, corrispondeva a quest’ultimo la sua regia protezione, ordinava inoltre al notaio Tommaso di Salerno di redigere su questo un atto e di munirlo del sigillo reale; una ratifica che dimostrava come il monastero, nel difficile periodo della dominazione angioina, godesse ancora della benevola protezione reale (Scalisi, 1998, p. 33 n. 47).
Il 14 novembre 1273, con un suo atto il vescovo catanese Angelo Boccamazza dotava le suore del monastero di Adrano di alcuni appezzamenti di terreni a Catania in contrada “Grotta (o buco) del Serpente”, in cambio di un esiguo censo, con l'impegno che vi edificassero un nuovo convento; la cittadina adranita in questo periodo era passata dall'amministrazione dei Lancia ai Maletto, già signori di Paternò (AAVV., 1987, p.22; Ronsisvalle 1995, p. 26). La concessione dei terreni era stata redatta in precedenza in favore di Dragone di Zabatis e riguardante un “tenimento di casaleni dirupati”; questi si era impegnato a corrispondere alla mensa vescovile, un censo perpetuo di quattro tarì annui oltre alla costruzione di un monastero, atto notificato in seguito per volontà del vescovo dal notaio catanese Guglielmo di Millarisio. Qualche anno dopo, nel 1277, lo stesso vescovo Boccamazza concedeva alle monache adranite la chiesa di Santa Margherita come provvisoria residenza presso la città di Catania; ancora nel maggio del 1282, nove anni dopo, il vescovo implementava i beni del monastero donando le terre concesse qualche anno prima allo Zabatis e tolte al suo possesso per via delle inosservanze economiche dei suoi eredi. Le monache avrebbero potuto abitarvi dietro la corresponsione del censo annuo di tre tarì e quindici grani da versare alla mensa vescovile ogni diciassette agosto, giorno in cui la chiesa catanese festeggiava la traslazione del corpo della sua santa patrona (Scalisi, 1998, pp. 33-34).
A seguito di quest'atto, nello stesso anno dopo poco più di un secolo dalla fondazione, le monache di Santa Lucia abbandonavano formalmente la loro antica sede per trasferirsi nella città di Catania; uno spostamento obbligato dalla situazione politica della contea, percorsa dalle violente lotte dinastiche e dalle razzie dei banditi, spesso legate agli stessi baroni. Lo spostamento avvenne: “Stante che erano necessitate per l’esigenza delle rendite, che possedevano in Catania e nel suo territorio veniri in essa Città, e dimorarvi, per esser segregate da’ i tumuli, e pericoli del secolo”, grazie anche all'intervento del vescovo che aveva costatato gli ingenti danni alle strutture causati durante le sommosse, “era tutto devastato negli edificij”, autorizzando l'edificazione di una chiesa con il fonte battesimale e il cimitero (Scalisi, 1998, p. 34 n. 55).
In merito al trasferimento, altro autore la post data erroneamente al 1408, dopo l'eruzione dell'Etna e le violente lotte svoltesi tra latini e catalani nell'area di Adrano (Santangelo, 1994 p. 65).
Gli Angioini, durante la loro dominazione, avevano gravato sulla popolazione con le loro tasse, esigendole anche dal monastero di Santa Lucia, dove ancora vivevano dodici suore, ma che alla cacciata dei francesi, che ne avevano dimezzato il reddito, si erano ridotte a sei unità (AA.VV., 1987, p.22).
Nell'elenco delle decime pagate dalle strutture religiose appartenenti alla diocesi di Catania tra il 1308 e il 1310 era riportato: "Monasterium S. Lucia de eodem loco inventum est valere comuni extimacione unc. XXX, solutem est primus subcollectoribus unc. II et secundis unc. II, summa unc. IIII" (Sella 1944, p. 75 n. 980, dal f. 77 dell'Archivio Vaticano coll. 161, ff 74-77).
Nonostante la situazione politica nell'area adranita si fosse stabilizzata, il monastero non tornò su i suoi passi. Nell’ottobre del 1370 una pergamena riportava l'elezione di suor Lucia di Santo Stefano a badessa del monastero vi era annotato inoltre, che l'anno successivo era stato disposto il trasferimento del capitolo, in forma solenne con l’accompagnamento del vescovo, nel nuovo monastero catanese (Scalisi, 1998, p. 37 nn. 66- 67). Il documento descriveva la situazione a quei giorni, non considerando il trasfe­rimento definitivo, con le religiose che superata la fase critica, sarebbero ritornate ad abitare l’antica sede, continuando però a investire economicamente nella città di Catania.
La scelta operata dalla badessa di Santo Stefano, di ritor­nare nel capoluogo fu molto gradita al ve­scovo che mostrò un vivo apprezzamento per la volontà del capitolo di allontanarsi definitivamente dalla contea adranita, oramai pericolosa e povera di risorse. Egli aiutò le monache a edificare un nuovo monastero in cui vivere decorosamente, dopo gli anni in cui erano vissuti presso le mura, in un edificio pericolante e in rovina, dove tuttavia, continuò a risiedere una piccola comunità. Catania era diventata la sede delle attività amministrative; in questa città le religiose investivano in acquisti immobiliari e in trasferimenti di proprietà. Tra questi investimenti del monastero, riportiamo che nell’aprile del 1380, ottenuta la relativa licenza vescovile, vendeva certe case possedute ab antiquo e localizzate nei pressi del "porto saraceno". Ancora, in un atto del 1436, la badessa e l’intero capitolo ottenevano dal delegato apostolico, l'arcidiacono Lorenzo de Rotella, l’as­soluzione da ogni scomunica e censura superiore; questo privilegio era descritto nelle memorie della Pollicino che completava il suo scritto con i nomi dell'allora badessa suor Margherita di Mi­chele, della priora suor Angela di Bernardo, e alle suore Cecilia di Pardo, Chiara Carambia, Lucia di Marino e Tomasia Babuso.
Nel 1441, su richiesta della badessa, fu fatto transuntare l’atto di fondazione dal notaio Gabriele Grifò, reso “pubblico per tutto il regno, ed Isole coadiacenti, coll’autorità, ed intervento del Giudice Ordinario di Catania, Nicolò Petroso”; un nuovo transunto venne riproposto nel 1539 agli atti del notaio Antonio Merlino alla presenza del "Giudice ideota" e di parecchi testimoni (Scalisi, 1998, p. 32 nn. 43-44). La badessa Belisaria Di Gregorio, in un suo memoriale redatto nel XVIII sec, indirizzato alla Deputazione dei Montalto, sosteneva che la contessa Adelacia nel secondo atto a chiarimento, oltre a confermare al monastero facoltà già note, legittimava il possesso di quei beni che la struttura monastica, negli anni successivi alla fondazione, aveva ricevuto in dono e di quelli che aveva “per qualsiasi titolo” acquistato, ritenendoli giuridicamente uguali ai beni ottenuti all'atto della fondazione e pertanto soggetti alle medesime immunità (Scalisi, 1998, p. 33).
Per il monastero le rendite fondiarie costituivano la maggior parte degli introiti che poi l'amministrazione catanese investiva in città; erano gli stessi possedimenti sui quali si era concentrata l’attenzione di nuovi gruppi borghesi della contea adranita, intenzionati ad appropriarsi della delega sui diritti monastici. In difesa di questi fondi, nel gennaio del 1445, la badessa ottenne da re Alfonso delle lettere a garanzia da impugnare contro "l’usurpatori delli beni di esso monasterio" come lei li definiva, che impedivano la valutazione effettiva delle rendite; tra queste vi era il diritto di libera estrazione su parecchi barili di tonno salato negli anni 1445, 1451 e 1468, e il commercio dei prodotti della terra. La badessa si era rivolta al re per denunciare la situazione di grave disagio cui era soggetto il monastero a causa dei continui soprusi di alcuni signori locali, puntualizzando principalmente il comportamento a esse ostili dei Moncada, signori della contea di Adrano. I signori locali venivano infat­ti accusati dell'intolleranza verso i privilegi e le esenzioni fiscali dell’ente e le continue difficoltà nella gestione dell’ingente patrimonio fondiario (Ronsisvalle, 1995, p. 34; Scalisi, 1998, p. 38). Questi eventi nel 1452, avevano indotto papa Nico­lò V a richiedere l’intervento degli abati dei due monasteri, di Santa Maria di Licodia e di Santa Maria di Nuovaluce, per accertare l’effettivo comportamento dei signori di Adernò e costatare la fondatezza delle accuse mosse dalle badesse nei con­fronti dei Moncada, degli ufficiali della giurazia e di alcuni chie­rici e laici della comunità adranita (Scalisi, 1998, p. 38).
Alla metà del XV secolo, la sede catanese aveva assunto il ruolo di amministratore di entrambi i monasteri. Col trascorrere degli anni la sede di Catania era cresciuta in autorità e potere, anche in virtù delle relazioni che intratteneva con le maggiori famiglie di quella città e con gli esponenti locali delle oligarchie laiche oltre che ecclesiastiche (Scalisi, 1998, p. 37).
I soprusi dei signori alla sede di Adrano non si estinsero con il passaggio di padre in figlio dei Moncada; Giovanni Tommaso Moncada Sanseverino nel 1466 aveva fondato il convento dei Minori Osservanti di S. Maria di Gesù, ma continuava le angherie nei confronti delle benedettine.
Nel 1467 prima e poi nell'anno successivo, a seguito delle lamentele delle monache che minacciavano il trasferimento, il papa Paolo II investiva alti prelati locali del controllo sull'effettiva azione dei signori, senza che però ciò produsse provvedimenti e risultati. Continuava la difficile convivenza tra il mona­stero e la comunità adranita; al monastero si rimproverava di possedere le migliori terre della contea, spendendone gli introiti a Catania (Scalisi, 1998, p. 40).
Questi eventi intralciarono la ripresa economica del monastero almeno fino al 1490, anno in cui, grazie anche al decreto varato da Alfonso per proteggere la produzione nell'isola, si diede origine a nuove industrie sul territorio (Scalisi, 1998, p. 40).
Alla fine del XV secolo alcune suore rientravano definitivamente nell'antica sede di Adrano, "Et havendosi di nuovo habitato il detto Monasterio di Adernò, e ripigliatosi l’antica fondatione di essa fu dall’anno che si ripigliò, che fu circa l’anno 1490 sin’all'anno 1581 governa­to, e retto dalla Badessa di questo nostro Monastero, quale parte governava qui in Catania e parte in detto Monastero di Adernò, e solea andare con alcune monache antiche a visitarlo, del che ne furono ultimamente emanate bolle nell’anno 1503". La volontà di queste monache era di occuparsi direttamente della gestione dei loro beni; "al fine di fronteggiare le gravi malversazioni che, a loro danno e con sempre maggiore frequen­ta, colpivano i possedimenti nella contea. Infatti, nonostante la costante opera di difesa giurisdizionale intrapresa presso i supre­mi tribunali del regno, le prevaricazioni nei loro confronti rag­giungevano agli inizi del Cinquecento una gravità tale da causare l’intervento del viceré Moncada" (Scalisi, 1998, p. 40).
Le intimidazioni papali negli anni non avevano riscosso nessun risultato, i signori locali vantavano legami di parentela con lo stesso viceré, tanto da renderli impunibili; questo aveva comportato il lento affievolimento delle risorse del monastero, costringendo il vescovo di Catania ad emanare, nel febbraio 1557, la sentenza di scomunica "contro l’usurpatori, et occulta­toli delli beni così stabili, come mobili, libri, rendite, argento, legati, scritture pubbliche et altre", nonostante i sempre solidi rapporti di stima che legavano questo con il signore di Adrano.
I vescovi catanesi da sempre avevano intrapreso una politica di riforma dei monasteri, che avrebbe dovuto ristabilire "l'osservanza della regola", ma le difese delle monache furono prese addirittura del viceré Perrante Gonzaga che, quando il vescovo di Catania Luigi Caracciolo nel 1535-36 tentò di imporre le sue riforme al monastero nel marzo 1536 inviava una lettera in cui lo contestava (Scalisi, 1998, p. ...).
Le monache i problemi non li avevano solo con i signori di Adrano, ma anche tra le stesse consorelle che vivevano nelle due diverse sedi, Adrano e Catania; le prime accusavano le consorelle catanesi di utilizzare la parte più cospicua delle risorse; tra l'atro, il maggior numero di suore presenti nella sede di Catania, permetteva a queste, nelle votazioni, di far eleggere una loro badessa. Questo era avvenuto fin da quando, nel 1464, i due monasteri avevano iniziato una lunga fase di convivenza per entrambe le strutture "da quondam in poi havendo campato così communis et unitamenti dicti monasterij insino ad hogi". Le divergenze fino a quel momento non erano state che verbali, poiché la badessa suor Beatrice la Rocca, stava conducendo anche un'altra battaglia con il ramo maschile dei benedettini (Scalisi, 1998, p. 45).
Il vescovo di Catania, Nicola Maria Caracciolo, con un atto redatto nel 1557, aveva concesso ai monaci benedettini di San Nicola l'Arena, un lotto di terreno posto tra le chiese dei santi Cosma e Damiano e quella di san Giovanni Lo Palumbaro, in modo che questi potessero ampliare il loro convento. Iniziati i lavori nel luogo che era prossimo al monastero femminile catanese, la badessa La Rocca inviò una missiva al vescovo in cui accusava i monaci di essersi "dilatato tanto che hanno arrivato alli mura delo detto monasterio di Sancta di Lucia, undi ancora sono certe case dei detto monasterio (...) et il retto dominio, et quello bisogno del monasterio in casu di venditione senza recuperarsi preserto ditto monasterio ad ogni accattatore de dette case, non obstanti al trattato che sorte fosse fatto con lo procuratore di detto monasterio di Sancta Lucia"; la stessa, invitava l'alto prelato a sospendere la concessione per evitare che potessero insorgere chiacchiere sulla condotta nel suo monastero che "tanto per lo honesto del iuditio de Dio et del monasterio quanto per non nascere alcuna infamia .... non saria honesto ne decente che stessero così vicini li monasterij de San Nicola con le donne " (Scalisi, 1998, p. 46).
Le regole già dettate da Adelacia e riproposte durante i secoli furono ulteriormente ribadite nei dettami del concilio di Trento; s'imponeva alle madre badessa un maggior controllo sulla volontà effettiva da parte delle giovani fanciulle di monacarsi, visto che spesso per loro, prendere i voti era un ripiego. Il vescovo si assumeva il ruolo di controllare l'amministrazione in modo che le badesse non operassero in modo dissennato, mirando al compiacimento delle proprie famiglie che intrattenevano rapporti economici-commerciali con il convento, o anche per le spese inerenti la realizzazione di nuovi corpi di fabbrica, oneri che avevano portato a un impoverimento delle casse del monastero.
Anche la custodia dei valori era compito della badessa, che però veniva coadiuvata dalla priora e dalla celleraria, che avevano le altre due chiavi del forziere.
Nel suo atto Adelacia aveva dato indicazioni eventuali su molti altri argomenti, tra questi anche le modalità di celebrazione delle festività del Natale, Pasqua, Natività, Assunzione della Madonna e Santa Lucia; per quest'ultima dettava alle monache, di utilizzare parte dei soldi delle elemosine, per dare un pasto a trenta poveri composto di pane, vino e legumi. Affermava, relativamente alla vita monastica, la parità economica delle monache all'interno del monastero, sia per le dodici esentate dal versare la dote che per le altre che per accedervi pagavano una retta. Alle monache era concessa una retta che ammontava a dodici once; sei consegnate prima mentre le altre sei once date per l’acquisto di ve­stiario, olio e oggetti necessari alla loro vita privata.
Con il concilio di Trento, si era anche confermata la clausura per entrambi le sedi del monastero; con questo atto si era venuto a creare il serio problema dell'amministrazione dei due edifici da parte di un'unica badessa che avrebbe dovuto spostarsi da uno all'altro. Finalmente nel febbraio 1581 don Vincenzo Cutelli, vescovo di Catania, stilava il decreto di scioglimento dell'unione dei due monasteri benedettini di Santa Lucia, "per evitar i disordini poteano nascere di detto andare, e venire dell’Abbadessa, e Monache da questo Monastero di Catania à quello d’Adernò e da quello a questo volse segregarli, e di uniti che erano dividerli, e farne due Mona­sterij", assegnando a entrambi una quota "equa" del patrimonio, calcolata da un suo procuratore (Scalisi, 1998, p. 48). Questa ripartizione delle quote non fu accettata dalle monache tanto che ne nacquero diverbi e le lagnanze in entrambe le sedi che perdurarono per anni. La struttura di Adrano lamentava che i beni dotali di fondazione fossero stati assegnati anche al monastero di Catania, mentre le suore catanesi, ben più numerose, accusavano le consorelle di aver sottratto, negli anni, fondi costringendole a vendere alcuni loro beni per poter rimpinguare le casse al fine della loro sopravvivenza. Dalla valutazione del Cutelli del 1581, solo dopo più di dieci anni, il vescovo Corrionero riusciva a sanare la questione dopo essersi avvalso della collaborazione dei procuratori dei due monasteri che avevano calcato per l'ennesima volta le quote di rendite da assegnare a ognuno dei monasteri considerando in parte, i desiderata di entrambe le parti. La transazione completata fu inviata per il visto alla Santa Sede e entrambi i monasteri si impegnarono a pagare le spese necessarie per la ratifi­ca del contratto (Scalisi, 1998, pp. 53-54).
L’atto fu stilato dal notaio Vincenzo di Savia il 16 dicembre del 1591, alla presenza dei procuratori di entrambi le comunità, fu quindi ratificato l'11 gennaio 1592 dalla ba­dessa e dal capitolo adranita con l'atto del notaio Giovanni Filippo Musco. Le monache di Adrano al fine di riscattare la loro completa autonomia s'impegnavano a versare alle consorelle di Catania la somma di settantadue once e quarantacinque salme di frumento. Già in quest'atto si riscontrava la buona volontà del monastero di Adrano, che ipote­cava i suoi beni patrimoniali: "il fego dello Mendolito, il fego di Taccolita, il fego dello Boschetto, li molina, il Paratore di Pulicello, il molino chiamato dell’Abba, l’orto della Contrada di Gaiti, e le censuali perpetui dovuti per molte persone (...) e con la facoltà in quanto alle dette onze 72 di potersile reluire alla ra­gione di onze 6 per cento".
L’accordo sembrava concludere in maniera definitiva ogni contesa, tanto più che, nell’aprile del 1595, il mona­stero adranita riusciva a riscattare le settantadue once previste dal contratto che "depositò in potere di Francesco Ansalone", economo del monastero catanese, "onze mille, e duecento". Una somma che il capitolo catanese destinava subito all’acquisto di "onze 93.18 di bolla supra il Stato del Duca di Montalto, e Prin­cipe di Paterno, si come si può vedere dal quinterno di essa bol­la, che hoggi è discalata ad onze 84. (...) in virtù della quale si comanda al detto d’Ansalone che si pagasse la detta somma di onze 1200 alli procuratori di detto Prencipe" (Scalisi, 1998, p. 55).
Alla fine del cinquecento il monastero di Adrano riacquistava la comple­ta autonomia dalla sede catanese. In realtà non tutte le transazioni erano state completate correttamente; le monache di Adrano non avevano ottemperato alla consegna del frumento pattuito tanto che nel 1606 la badessa catanese, suor Gerobina Sangiorgi, inviava al vescovo Giovanni Ruiz De Villoslada, una supplica con la quale denunciava il fatto, "et dello affittatore dello rendimento di det­to monasterio cossi ancora di alcuni gabelloti di tenuti di esso monasterio di paterno et terra di lamotta", atto che, secondo le suore, aveva contribuito all'impoverimento del loro monastero. Ma anche la badessa di Adrano inviava suppliche al vescovo perché inti­masse ai giurati di Adrano la consegna dei loro crediti al fine di evitarle, insieme alle monache, che "si morisse di fame"; in questo modo aveva creato un caso all'autorità ecclesiastica vesco­vile sui territori della diocesi e sul conflitto con i poteri civili (Scalisi, 1998, p. 55).
A seguito di quest'atto il monastero riprendeva il suo antico ruolo nella comunità adranita, lasciando l'antico edificio fuori porta "destrutto e dishabitato" per essere ricostruito "ann. vero 1585 intra Hadranum ad S. Petri translata sunt" (Scalisi, 1998, p. 68). Con lo sviluppo urbanistico il vecchio sito era rimasto isolato. Le monache, in un primo momento, si erano insediate in alcune case poste alle spalle della chiesa di San Pietro dove erano rimaste "annos 12 inter angustos parietes deguerunt inde ad aedes Caesaris Garofali nobilis Hadranensis, post alios ann. 15, eum locum il Piano delle Rose noncupatum, uhi hodie sunt, ab ann. 1596. Franciscus Paternionis Princeps ope sua incolendum curavit". Il nuovo complesso monastico stava nascendo all'interno del perimetro urbano, grazie anche al sostegno di Francesco Moncada Luna, conte di Adrano e principe di Paterno, atto questo forse mirato alla pacificazione con le monache benedettine dopo i molti anni di contrasti (Scalisi, 1998, pp. 68-69). Nonostante ciò le suore continuarono a subire i soprusi da parte dell'elite locale; usurpazioni conti­nue, operate con il consenso dei Moncada, più volte denunciate dalle badesse presso le opportune sedi giurisdizionali. Tra i prepotenti più tenaci vi erano i baroni di Carcaci che perpetravano la loro opera di erosione dei diritti delle monache, cosa perorata anche con una supplica alla Regia Gran Corte del 1633, con la quale ribadivano il loro egemonia sul regime delle acque del Simeto. Ancora nel 1684 e successivamente, nel 1754 con la badessa suor Maria Di Gregorio, le lamentele sulle usurpazioni dei beni concessi da Adelacia, furono trascritti in suppliche inviate al sovrano per richiederne la ratifica reale, in modo da ottenere la notifica di inviolabilità con la conseguente inviolabilità del patrimonio del monastero (Scalisi, 1998, p. 71).
Il numero delle suore era cresciuto negli anni con alti e bassi, anche dovuti alle diverse vicissitudini locali. Dalle prime dodici suore, quota fissata da Adelacia, il numero crebbe velocemente, una fase d'arresto sopravvenne durante il periodo di crisi tra le due sedi attestando a sole 14 unità le suore presenti ad Adrano nel 1581. Nel 1590 il numero di nuove affiliazioni era ripreso, forse anche per una politica di attrazione, in modo da poter contrastare meglio con le consorelle catanesi, raggiungendo il numero di 18, 20 nel 1596 e 32 nel 1605. Nel 1640, vuoi per la crescita della popolazione e la politica di monacare le figlie femmine dell'aristocrazia, il numero delle suore benedettine nell'abitato di Adrano aveva raggiunto il numero di 60; nel 1679 una relazione elencava la popolazione presente all'interno del monastero, composta da: 60 monache, 15 educande, 3 converse e 4 famule, mentre nel 1680, le monache si riducevano a 58, più una novizia e 21 educande. Ancora nel 1724 vi si registravano 40 monache, 5 novizie, 17 educande, 7 create "comuni" e 13 create "particolari"; le create erano donne che si occupavano dei lavori all'interno del monastero, nella vita di ogni giorno (comuni) o specificatamente alla cura di alcune consorelle (particolari) (Scalisi, 1998, p. 75 e p.100 ).
Il monastero aveva, alla metà del '600, cominciato ad accogliere, come ospiti paganti, vecchie signore, divenendo un "pensionato", erano queste, soprattutto, congiunte delle suore che vi vivevano. La loro presenza, secondo il vescovo di Catania che aveva contestato personalmente le cose, spesso condizionava le scelte delle stesse nella vita monastica, a tale scopo aveva imposto che le badesse avrebbero dovuto vigilare controllando che ciò non avvenisse (Scalisi, 1998, p. 77).
La presenza delle giovani patrizie cittadine ebbe, principalmente nel XVII, secolo uno scopo economico-politico non indifferente per le loro famiglie, da documenti del monastero dell'inizio del secolo, fino ad almeno la seconda metà dello stesso, i signori che facevano monacare le figlie erano gli stessi che intrattenevano transazioni e rapporti economici con il monastero, ottenendo grossi guadagni; questi riuscivano ad assicurarsi le concessioni di grosse tenute e feudi. Solo dopo l'elezione della badessa Dignamerita Lucchesi, nel 1689, il legame economico di alcune monache con le loro famiglie fu osteggiato, specialmente per gli Spitaleri, optando di avvalersi nelle concessioni, di altri personaggi (Scalisi, 1998, p. 83).
Nel 1600 i vescovi richiamavano ancora le suore che continuavano a vivere fuori dalle regole. Dopo Innocenzo Massimo, nel 1640 il vescovo Ottavio Branciforte, durante una visita pastorale, redarguiva le monache per il modo di comportarsi, conscio che le sue indicazioni non sarebbero state ascoltate dalle suore, che non volevano venir meno ai loro privilegi.
Già dal 1584 il visitatore apostolico Benedetto Cavalieri giunto al monastero adranita "per la riforma della regola", per mandato di papa Gregorio XIII, aveva iniziato un'attività mirata al ripristino della disciplina religiosa nei conventi. Le monache di Adrano, tra le altre gravi inadempienze, non osservavano correttamente le regole della clausura, oltre ad avere un sistema di vita non comunitario, per in cui la cella per la monaca era lo spazio di vita, dove poter far valere la sua origine e amministrare i suoi beni (Scalisi, 1998, p. 90). Seguendo le disposizioni papali, il Cavalieri autorizzato dalla curia vescovile, aveva controllato la loro vita all'interno del complesso monastico; in conseguenza di ciò ordinava alla badessa, suor Ge­ronima Lo Curlo di disporre che le mo­nache dormissero in comune e nel dormitorio non vi fossero oggetti difformi da quelli ammessi dalle norme canoniche. Ordinava poi che nessuna monaca, neanche la badessa, "potesse tenere in suo possesso null’altro che una cas­sa semplice di cinque palmi, senza serratura, contenente quattro camicie di lana, quattro veli, quattro zuccari e quattro fazzoletti; che all’interno del dormitorio, i letti e le casse delle religiose fos­sero conformi ai modelli prescritti; che esse non potessero in­dossare abiti e scarpe di lusso e che venissero obbligate alle lettu­re morali" (Scalisi, 1998, p. 119). Queste disposizioni non furono ben accolte, né dalle suore né dai parenti, che secondo le nuove disposizioni avrebbero addirittura dovuto per fare visita alle parenti richiedere il permesso.
Ancora nel 1624, il vescovo Innocenzo Mas­simo, a seguito di una visita, consegnava al mona­stero di Santa Lucia una serie di disposizioni volte a correggere le trasgressioni delle sue monache, sempre più lontane dagli ideali di vita cristiana. Questo dichiarava come le monache avrebbero dovuto adempiere agli obblighi della peni­tenza, fondamentali al fine di preservare la loro anima da una terribile "morte spirituale", anche perché molte di loro erano vulnerabili, vista la vita refrattaria alla legge canonica e al rispetto dei voti claustrali. Le accuse ricadevano sulla badessa che doveva imporre l'obbligo dell'Osservanza della povertà e della vita comune.
Le lettere che arrivavano dall'esterno consegnate ancora sigillate alla badessa, venivano visionate da lei prima di essere consegnate loro, per scontare le trasgressioni il vescovo li condannava a un regime di digiuno forzato, a pane e acqua, per i tre mercoledì seguenti all'infrazione; nelle indicazioni erano comprese anche direttive tecniche sull'edificio indicando come avrebbero dovuto essere le grate dei monasteri, quelle di Adrano sarebbero dovute essere più strette in modo "che nessuna monaca diacona possa levare alcuna barra o fare altra industria per al­largarle".
Era imposto che l’accesso al monastero per chiunque, "medici, confessori et altre persone necessarie", fosse regolato e impedito, anche ad alcune donne tran­ne il caso in cui questa vfosse chiamata ad assistere infer­me, solo dopo aver attestato la provata onestà della persona in que­stione e previa licenza in scriptis del protomedico, del vicario e del medico ordinario; anche i fanciulli "di qualsivoglia età", erano esclusi.
Per la presenza di maestranze addette a lavori di manutenzione ordinaria o straordinaria si era soggetti a ferree regole; alle monache veniva proibito di avere alcun tipo di contatto con essi.
Le indicazioni del Concilio di Trento raccomandavano che non fosse concesso di prendere i voti a "quelle che hanno in sofferenza la vita claustrale", sottoponendo le nuo­ve entrate ad un periodo di noviziato non in­feriore ad un anno, periodo minimo per poter com­prendere il rigore della vita monacale e per adattare lo spirito e i costumi ai dettami della regola.

Santa Lucia, Catania.
Figures destacades

Ula 1157-
Giuliana 1282
Lucia di Santo Stefano 1370
Margherita di Mi­chele 1436??
Beatrice La Rocca 1557
Geronima Lo Curlo 1581
Beatrice Moncada 1583
Serafina Lo Curlo 1586
Elisabetta Bonaiuto ??Catania
Felicia Garofalo 1641
Cherubina Crimi 1643
Felicia Garofalo 1647
Grandonia Leocata 1665-1666
Belisaria Sicilò 1679-1680
Rosaria Spitaleri 1685-1689
Dignamerita Lucchesi 1689
Maria Pollicino 1663-1467?
Stellanzia Chiarenza 1684-1685
Belisaria Di Gregorio Seconda metà XVIII
Candida Diaceli Foti 1731
Antonina Guzzardi 1734
Barbara Reale 1743
Maria Di Gregorio 1754


Nonostante quanto riportato dagli atti di questo monastero in cui le suore erano decisamente lontane dalle regole di vita monastica, nel suo manoscritto padre Onorato Colonna indicava queste come "esemplari per morigeratezza di costu­mi, per osservanza alla regola e per esempio insuperabile di perfezio­ne religiosa", tra quelle particolarmente versate alla vita religiosa, vi erano due consorelle suor Anna Battiato e suor Benigna Sangiorgio, con vite segnate dalla devozione e votate all’esaltazione e alla gelosa professione dei voti claustrali.
Suor Anna Battiato, vissuta probabilmente nella prima metà del XVIII secolo, era stata am­messa alla vita monacale per le sue doti spirituali, senza alcun versamento di dote; una fama che aveva portato l’ar­civescovo di Monreale a richiedere alla Santa Sede un breve aposto­lico che concedesse a questa di lasciare la clausura del suo convento per spostarsi a Bronte, dove fondare un nuovo monastero.
Suor Beni­gna Sangiorgio era vissuta nella seconda metà del '600 morendo all’età di quindici anni il 4 agosto del 1683. Una vita breve totalmente dedicata a pratiche ascetiche durissime che l'avevano indebolito tanto da minare irrimediabilmente il già gracile fisico della reli­giosa; dormiva su di uno "stramazzo pieno di gusci rotti di amendola, che le davano quel duro tormento al corpo, ma di gran sollievo alla parte superiore dello spirito", notizie che avevano fatto spargere la fama di santità. Le si attribuiva il dono di visioni premonitrici; si raccontava che il di lei fratello don Francesco, recatosi in pellegrinaggio a Roma, aveva deciso di aderire all’ordine di San Nicola Tolentino; a causa della morte del priore del convento in cui avrebbe voluto professare i pro­pri voti, era caduto in una profonda crisi spirituale che lo aveva allontano per un lungo lontano dalla propria famiglia. Eventi che la sorella, nonostante non giungessero notizie, narrava contemporaneamente al loro svolgersi, alle consorelle che l’assi­stevano durante la sua penosa agonia e che, in seguito, furono confermate dal fratello al ritorno nella città natale.
La Sangiorgio aveva perfino indicato la data della morte, annotandola nell’ultima pagina del libro dell’Ufficio dedicato alla Vergine Maria (Scalisi, 1998, p. 91).
Queste erano vissute votate all’obbedien­za: la Battiato, eseguendo i voleri dell’Ordinario che le imponeva di spostarsi in un'altro monastero; la Sangiorgio, conducendo una vita da martire sorretta dalle consorelle e dall'amministrazione monastica (Scalisi, 1998, pp. 91-92).

Edifici Arquitectura

Fuori dalla cinta muraria dionigiana, sulla sommità di un poggio nell’angolo occidentale dell'abitato di Adrano, Adelasia nel XII secolo edificava un monastero di monache benedettine (AAVV. 1987, p. 54). Nel manoscritto redatto nel 1663 da suor Maria Pollicino badessa di questo convento era riportato: "Sappiasi come l'anno 1164 (1157) Adelacia nipote di Ruggero Re di Sicilia e figlia del conte Ridolfo Macale di Montecanisio per remissione de' suoi peccati, et in suffragio dell'anima dello zio il re Ruggero, anco dell'anima così di suo padre, e delli suoi predecessori edificò fuori di Adernò una Chiesa in honore del gran Martire e Vergine S.ta Lucia, soggettandola così nel temporale come nel spirituale in tutto, e per tutto al Vescovo all'hora eletto di Catania Bernardo (...) poiché il fine suo era di fondarvi un Monastero di donne" (Scalisi 1998, p. 21).
Nella seconda metà del '200, con le l'occupazione dei francesi le suore preoccupate per la loro incolumità lasciarono la sede di Adrano per spostarsi "temporaneamente" a Catania dove il vescovo Boccamazza le concesse la chiesa di Santa Margherita quale sede provvisoria. Nell’ottobre del 1370, secondo quanto riportato in una pergamena, il capitolo era stato trasferito in forma solenne con l’accompagnamento del vescovo, nel nuovo monastero catanese (Scalisi, 1998, p. 37 nn. 66- 67). Solo alla metà del '400, alcune suore tornarono nella vecchia sede di Adrano, dipendendo però dal monastero di Catania.
L’antico mo­nastero che era stato a lungo disabitato, era ridotto in pessime condizioni, tanto da doversi considerare una sede temporanea; una situazione di grave disagio, come riportato nelle memorie e nelle suppliche inviate alla Curia Vescovile in occasione della controversia intra­presa contro le consorelle catanesi. Ma dalla relazione della badessa suor Beatrice Moncada, redatta lo stesso anno del trasferimento, questa si lamentava per le disagiate condizioni in cui versavano le sue moniali, costrette a vivere un'esistenza di stenti e miserie in un edificio "destrutto e dishabitato".... "li venino accascare le mura della cuchina con grandessimo periculo et danno delli viti loro, li è mancata l’acqua che soli venire per il condutto et non par chi sia cosa giusta chi havendo esso monasterio le sue intrate ad esso monasterio (...) si li habbiano allivare et manca­re mas di tal modo che habbiano di stari con tanta afflitione morendosi della fame", inviando le rendite dei loro terreni al monastero di Catania e "senza alcuna ragione" (Scalisi, 1998, p. 49). 
Alla metà del XVI secolo, le religiose che vivevano nella sede di Adrano, ottenuta la separazione da Catania, stabilirono la loro nuova sede "nitra moenia". Il tra­scorrere dei secoli, gli avvenimenti politici succedutisi nella città di Adrano e il passare degli anni con il relativo sviluppo urbano della comunità adranita avevano convinto le monache ad abbandonare l’antica sede posta al margine dei possedimenti fondiari concessi quale dote dalla contessa, e nel feudo Bulichel e nel casa­le Antanasteri. Questo aveva costretto le suore a trovare una nuova sede, la scelta era caduta in un'area all’interno della città: "ann. vero 1585 intra Hadranum ad S. Petri translata sunt", anche per rispettare le direttive dettate dal Concilio di Trento che privilegiava la costruzione dei monasteri femminili all'interno delle mura urbiche.
In un primo tempo abitarono in alcuni edifici situati alle spalle della chiesa di San Pie­tro, presso un cortile "nomato di Grimaldi", rimanendo "annos 12 inter angustos parietes deguerunt inde ad aedes Caesaris Garofali nobilis Hadranensis, post alios ann. 15, eum locum il Piano delle Rose noncupatum, uhi hodie sunt, ab ann. 1596. Franciscus Paternionis Princeps ope sua incolendum curavit". Solo alla fine del XVI secolo, con l'edificio monastico quasi ultimato, le religiose si erano trasferite nell'imponente costruzione. Tra i benefattori che avevano contribuito alla costruzione del nuovo monastero vi era anche Francesco Moncada Luna, conte di Adrano e principe di Paterno; con questa mossa sembrava volesse pacificarsi con le monache benedettine dopo gli aspri contrasti del passato.
Negli anni in cui furono iniziati i lavori, interessando le case appartenenti a don Cesare Garofano nel piano delle Rose, nella parte meridionale del paese, era signore di Adrano Francesco II Moncada-Luna, (1572-1592), e perdurando fino agli inizi del ‘600; dell’antico complesso monastico abbandonato rimasero solo dei ruderi. Sotto il principato di don Antonio Aragona e Moncada (1592-1631) e di suo figlio Luigi Guglielmo, la città era un immenso cantiere; oltre al monastero di santa Lucia vi erano lavori anche alla chiesa Madre, alla chiesa di Gesù e Maria, e ad altre strutture; attività che fu violentemente interrotta dal catastrofico terremoto del 1693 (AAVV. 1987, p.31; Ronsisvalle 1995, p. 38). 
La posizione lo rese subito uno dei centri di aggregazione cittadino; vi si svilupparono molte attività sociali ed economiche, oltre a intrattenere rapporti con l’esterno che davano vita all'accrescimento dell'economia cittadina, visto che era frequentato da molti di quelli che gestivano il patrimonio fondiario e il mercato dei suoi prodotti, che incentivarono la crescita e l’espansione.
La grossa struttura negli anni, subì molti lavori di manutenzione, necessari a renderla sempre funzionale in tutte le sue parti. Nel 1679 la superiora aveva deci­so di far realizzare all’interno del porticato un "magazenello", avvalendosi del lavoro di mastro Domenico Lo Re, esperto muratore locale, questo realizzò l'opera per un compenso di tre once, sette tari e quindici grani. Nello stesso anno, la badessa fu costretta a rivolgersi al mastro d’ascia Giovanni Cascio, per riparare il tetto della chiesa in tempo breve, nel timore che la pioggia potesse arrecare ulteriori danni alla cappella.
La chiesa annessa al convento, posta al centro del complesso, fu progettata da Stefano Ittar e dal principe di Biscari, completata nel 1775 (Amico 1858, p. 56; Ronsisvalle 1995, p.60). Durante questi anni furono rifatti anche i dammusi nel convento e restaurato interamente, ed allargato il dormitorio nuovo inaugurato dal vescovo Corrado Maria Deodato di Moncada (Ronsisvalle 1995, p.43).
Con il decreto del primo luglio 1866 che soppresse gli ordini religiosi, le strutture del monastero furono destinate a fini sociali, l'edificio passò al Comune di Adrano che lo adeguò a edificio scolastico pubblicò nei piani superiori, mentre gli ambienti del piano terra furono trasformati in negozi, caffè e appartamenti privati (Santangelo 1994 p. 219; Ronsisvalle 1995, p.55).

Bibliografia i enllaços

Bibliografia

Amico, V.M., Di Marzo, G., 1858. Dizionario topografico della Sicilia, 2 vols., Palermo: S. di Marzo.


Amico, V.M., Di Marzo, G., 1858. Dizionario topografico della Sicilia, 2 vols., Palermo: S. di Marzo.


Enllaços

Santa Lucia, Catania.

Paraules clau

Adelacia, Giovanni V di Bari, badessa Ula, suor Maria Pollicino, Angelo Boccamazza

Geogràfics
Sicilia
Notes

S. 3. “Monialium coenobia duo sunt, alterum Bendedictinum S. Lucia V. @ M. extra oppidum à Comitissa Adelasia nepte Regis Rogerii ann. 1150. conditum, datumque Episcopo Catanensi Bernardo; cujus facultate Archiepiscopus Barensis ann. 1159. 15 Maji 7 ind. illud consecravit (ex tab.eccl. S. Luciae Cat); quo sane die Adelasia eidem quamplurima dona elargita est, scilicet templum S. Maria, nunc S. Dominica juxta fluvium VVeldelemuse cum juribus suis Casali Bullichel cum 40. villanis, quod hodie feudum Pillicelli dicitur, ubi in nigro lapide Saracenicae leguntur litterae, latine: hic in loco fuit casus necis Albugazari Principis Saracenorum; dedit etiam vineta, oliveta, ac molendina; ex quorum redditibus annua jura persolvunt Moniales istae aliis ejusdem nominis S. Lucia Catana, ex eo quod ann. 1430. PP Martino V. concedente, haec duo Benedictina coenobia adjuncta sunt, & ab uno in aliud commigrabanat (ibidem diploma). Ann. Vero 1585, intra Hadranum ad S. Petri traslatae sunt, ubi annos 12. inter angustos parietes deguerunt, inde ad aedes Caesaris Garofali nobilis Hadranensis, post alios annos 15. eum locum il Piano delle Rose nuncupatum, ubi hodie sunt, ab ann. 1596. Franciscus Paternionis Princeps ope sun incolendum curavit†(Pirri 1733, p. 590).

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